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Covid e contagi, Paragone è duro: ora niente scherzi con obblighi e restrizioni

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Gianluigi Paragone
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L’altra sera ero in tv da Paolo Del Debbio a discutere del libro del generale Vannacci e delle sue frasi su cosa è «normale» e cosa no. Nel gioco delle parti non potevano mancare i buoni (Luca Sommi la cui retorica melensa e zuccherosa era al limite delle carie), la presidente dell’Arcigay Natascia Maesi e una giovane coppia lgbtqia+, che non è una sigla scritta con la benda sulla tastiera ma la più completa dicitura delle identità non eterosessuali. Una specie di ambarabacicciccocò del politicamente corretto. Sia alla presidente dell’Arcigay sia alla giovane coppia di ragazze lesbo ho parlato da «non normale», ricordando tutto quello che chi, come me, si era sottratto al vaccino e contestava le restrizioni legate al green pass ha dovuto passare. L’ho ricordato per fare capire che in fin dei conti ognuno si è sentito e ha vissuto situazioni di non normalità per il solo fatto di non essere maggioranza. Ripeto, stare fuori o stare dentro la normalità non significa essere giusti, perfetti, felici, sani; significa solo essere in una minoranza. Aggiungo, consapevolmente. Chi rifiutava e andava in marcia contro gli obblighi vaccinali o il pessimo sperimento del green pass con tanto di identità digitale qr-code sapeva benissimo che quella battaglia avrebbe comportato una esclusione e delle sofferenze. Alle coppie lgbtqia+ ho ricordato che mentre sul tema inclusivo sono schierati giornali, intellettuali (con le scelte della Murgia - riposi in pace - abbiamo dovuto prendere le misure alla... famiglia queer), riformisti dalla bella penna, creativi e bella gente varia, sulla questione delle libertà individuali ci siamo non solo ritrovati in minoranza ma pure offesi, ghettizzati e schedati.

 

 

«Ma voi mettevate a rischio la salute degli anziani e dei più fragili», ci siamo sentiti dire dalla maggioranza normale. Che però adesso capisce che qualche ragione ce l’avevamo anche noi, non fosse altro perché la grande balla - divulgata dall’allora premier Mario Draghi - per cui «chi non si vaccina, si ammala e poi muore» è palese. Forse adesso che non c’è Speranza un giorno qualcuno ci dirà, sulla base dei dati grezzi, se c’è una correlazione tra il vaccino e l’aumento di morti «improvvise», soprattutto tra i giovani (magari la commissione d’inchiesta, di cui non si sente più parlare però). Aggiungo, infine, che il problema non saranno i non vaccinati ma quei vaccinati che, fidandosi dello Stato e della massiccia predicazione televisiva per bocca degli espertissimi, ora hanno effetti secondari ma nessuno li ascolta. Col paradosso che i casi finora accertati di morte da vaccino hanno portato al pagamento «solo» di un mero indennizzo e non di un vero e proprio risarcimento.

 

 

Siccome siamo alla vigilia dell’autunno e già le gazzette ricominciano a suonare le trombe allarmiste dei contagi Covid (ieri Repubblica e Stampa hanno usato le stesse espressioni dell’era Speranza: nostalgia?), vediamo di non fare scherzi: basta restrizioni, basta obblighi, basta libertà compresse. Il Covid è ormai una «normale» influenza. Che potremmo fronteggiare magari riammettendo e riabilitando tutti quei medici «normali» (nel senso che facevano i medici) che si opposero al protocollo Speranza «Tachipirina e vigile attesa». Che non era «normale» ma lo imposero come tale.

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