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Gli errori dell'Occidente e la fortuna di Putin: gli scenari del golpe in Niger

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Cicisbeo
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C’è una domanda angosciante che si pone quella larga parte dell’opinione pubblica occidentale innamorata della democrazia e della libertà, e in particolare quella europea, che si è vista piovere una guerra alle porte a causa delle mire neo-imperialiste russe: perché mai Vladimir Putin vanta così tanti estimatori nel mondo, essendo e apparendo un personaggio che ricorre a una combinazione di violenza e menzogna per smembrare uno Stato sovrano confinante? E che sta perfino riscrivendo a sua immagine e somiglianza la storia dell’ultimo mezzo secolo per giustificare la sua «operazione speciale contro l’Ucraina nazista»?

 

Domanda più che lecita dopo aver visto le immagini dei manifestanti che a Niamey assediavano l’ambasciata francese intonando cori e innalzando cartelli in favore dello zar. Intendiamoci: tutto fa pensare che il golpe in Niger abbia origini interne, anche perché Mosca ora non avrebbe nemmeno la forza di organizzarlo, ma Putin sa bene che un’instabilità crescente in quella parte di mondo può aumentare il suo peso negoziale con l’Europa, basti pensare all’arma impropria dei flussi migratori per destabilizzare il Vecchio Continente. Nel contesto geopolitico attuale, l’Africa è uno scacchiere cruciale, e la Russia può lucrare sul ricordo ancora vivo dei tempi in cui l’Unione Sovietica, nel ruolo di grande potenza, sosteneva i movimenti di liberazione contro il colonialismo occidentale. Un atout che Putin sembra intenzionato a sfruttare spregiudicatamente, perché in questa fase di isolamento internazionale alimentare il caos non può che fare il suo gioco: è già successo in Mali, in Burkina Faso e nella Repubblica Centrafricana, e con il Niger si creerebbe un’area di influenza russa dall’Atlantico al Mar Rosso. Senza dimenticare l’Algeria, uno dei Paesi africani che ha i maggiori legami con Mosca e che allo stesso tempo rappresenta il principale fornitore africano di energia per l’Europa.

 

Un rischio grandissimo, dunque, soprattutto per l’Europa che ha prima fallito nella missione di liberare l’Africa dal terrorismo jihadista, e che ora è divisa sul «che fare» in Niger (terra peraltro ricchissima di oro, di petrolio raffinato e di uranio), anche se un intervento militare sembra fortunatamente scongiurato. E anche l’America, dopo lo sciagurato blitz di Obama che depose Gheddafi in Libia, e dopo il fallimento delle primavere arabe, ha perso molto della sua credibilità e se ne tiene lontana, mentre Putin ha iniziato a rafforzare i legami diplomatici, energetici e militari con molti Paesi africani, arrivando perfino a promettere di regalargli il grano. Diciamolo chiaro, allora: una fascia di mondo tifa l’impresentabile Putin a causa degli errori di un Occidente che ha storicamente piegato il diritto internazionale ai suoi interessi e che non è riuscito a imporre la sua egemonia politica e culturale, come è apparso chiaro quando il blocco atlantico all’Onu dové contare 35 astenuti, tra cui Cina, India, Pakistan e Sudafrica, sulla risoluzione che condannava l’invasione dell’Ucraina. Ma anche l’egemonia bellica ha fatto acqua, come dimostrato dal catastrofico ritiro americano dall’Afghanistan. Sono tutte realtà che inducono a riflettere: a un anno e mezzo dall’inizio della guerra, l’Occidente è più unito ma anche più isolato, e Putin è un paria ancora capace però di dire la sua sul nuovo ordine internazionale. E resta sullo sfondo la domanda più ricorrente: possibile non si riesca a trovare una via per porre fine alla quotidiana carneficina ucraina? 

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