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Saviano si crede il Verbo, Paragone a valanga sul "martire di professione"

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Gianluigi Paragone
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Se lo aspettava, il Martire Saviano. Se lo aspettava perché farlo fuori dalla Rai «è una decisione politica», come ha commentato sul «suo» Corriere. Niente Saviano, insomma. Niente più quei bei racconti di denuncia, di coraggio ineguagliabile, di inconfondibile epica che puntellavano la riserva culturale e intellettuale di Fabio Fazio. Cosa non ci farà vedere dunque la nuova Rai del governo Meloni e che invece l’Insider di Saviano ci avrebbe rivelato? Inchieste «su Don Peppe Diana, sacerdote ucciso dal clan dei casalesi; sui collaboratori di giustizia che hanno permesso di svelare importanti rapporti tra mafia e politica e tra mafia e imprenditoria. E sui giornalisti perseguitati».

 

E allora uno si domanda: ma davvero senza Saviano non ci sarà pure un racconto sull’antimafia? Ci sarà eccome, ma il Martire pensa di avere l’appalto narrativo in esclusiva: nessuno come lui. In Rai resterà solo Peppa Pig, ha dichiarato il Nostro che ovviamente pensa di essere il solo Verbo e il solo Papa. «Io ho attaccato il potere», per questo gli hanno tolto la trasmissione. Saviano propone la stessa cosa da anni, gli cambia titolo e tanto basta. Di don Diana in Rai possono parlare con altrettanta intensità anche altri giornalisti, ciò che nella nuova narrazione della Rai dovrebbe accadere - ma non so se accadrà - è il coraggio di sfidare la comunicazione dominante ponendo e ponendosi delle domande scomode perché controcorrente: è facile dire oggi che Kevin Spacey ha pagato un prezzo alto; più difficile era ascoltare le ragioni della difesa prima, cioè quando imperava il #MeToo. Per esempio. I racconti dell’antimafia sono una fondamentale prova di giornalismo (e non solo) per il Paese, ma la prova di maturità si completa quando si ha il coraggio di dire che se rovini la vita di una persona innocente con l’accusa di essere mafioso o in odor di ‘ndrangheta, quella persona va risarcita e riabilitata.

 

Nel presepe di Saviano non c’è spazio per queste storie, per queste prese di posizione. Il giornalismo di Saviano serve a Saviano. Altre trasmissioni racconteranno di mafia e di ‘ndrangheta e lo faranno magari raccontando anche cosa significa vivere in galera perché un certo furore, misto a intoccabilità, muove taluni procuratori; racconteranno cosa significa spendere soldi per difendersi da accuse pesantissime con la differenza che per difenderti da accuse false devi intaccare i tuoi risparmi mentre chi costruisce castelli accusatori non paga mai dazio. Saviano non attacca il potere, Saviano è il megafono di un altro potere, assolutamente legittimo; basta piagnistei come fosse l’unico a essere bersagliato. «L’Italia è un paese che mette paura», ha detto. Vero soprattutto per chi da innocente finisce con la vita rovinata per colpe che non ha.

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