COMMENTO

Chi è Schlein, "foglia di fico dei capicorrente". La deriva populista del Pd

Riccardo Mazzoni

Non è una figura carismatica Elly Schlein, l’outsider catapultata a sorpresa alla guida del Pd, e nemmeno una proletaria delle periferie dimenticate: la sinistra italiana nella sua storia ha visto passare in epoche diverse grandi donne come Anna Kuliscioff – cresciuta in Svizzera come la Schlein - o Nilde Jotti, temprate dalla lotta politica al fianco dei propri compagni e divenute simboli senza mai però essere leader di partito. Schlein è invece figlia della politica liquida dei nostri tempi, in cui da un magma confuso e in movimento si può pescare il jolly dal mazzo e ribaltare la scena, e il suo personaggio sbiadito somiglia un po’ alla copia Lgbt di Rosy Bindi: due pasionarie dell’estremismo politicamente corretto declinato sulle sponde apparentemente opposte dell’integralismo cattolico e della deriva fedezziana.

La sua fulminea ascesa è comunque un evento politico di prima grandezza che sarebbe un errore sottovalutare, perché destinato a scuotere gli equilibri cristallizzati e polverosi del vecchio Pd e ad imporre scelte dolorose alla reietta anima riformista e a quella popolare (Fioroni ha già deciso l’addio). Il discorso d’investitura è stato in questo senso emblematico: mentre il primo atto annunciato da Bonaccini in caso di vittoria sarebbe stato un incontro con la premier, all’insegna di un’opposizione costruttiva nell’interesse del Paese, Elly ha esordito con un vero e proprio pronunciamento massimalista, dichiarando che la sua elezione «sarà un bel problema per il governo Meloni».

Tanto peggio, tanto meglio insomma: una netta virata a sinistra sulle orme di Corbyn, di Melenchon e della Ocasio Cortez, con la promessa di seppellire le correnti i cui principali potentati però – Franceschini in primis, poi Orlando, Zingaretti e Bettini - si sono spesi per lei e le presenteranno prima o poi il conto, com’è sempre avvenuto nella storia del partito. Un partito che è il primo al mondo con un segretario diverso da quello votato dalla maggioranza assoluta dei suoi iscritti, i quali avranno tutti il diritto di chiedersi che valore ha sottoscrivere ancora la tessera: è palese infatti il cortocircuito delle primarie celebrate in due tempi, dove si può vincere avendo solo il consenso di un terzo degli iscritti e perfino senza averne fatto parte prima del congresso.

L’euforico commento di Franceschini, tartufesco nume tutelare della nuova segretaria, simboleggia alla perfezione l’opacità di una svolta che ha molto di nuovo ma anche di antico: «Un’onda travolgente cui nessuno credeva. Un’onda di speranze, di rabbia, di orgoglio, di entusiasmo che ha portato il popolo democratico a scegliere di farsi guidare verso il futuro da una giovane donna. Oggi inizia davvero una nuova storia».

Ha commentato acutamente David Allegranti: «Non vorrei gelare l’entusiasmo dell’intellighenzia social, malavittoriadi Schlein significa soltanto due cose: Franceschini padrone del Pd e deriva populista filo-grillina non più arginabile». Le avanguardie radical-chic sono subito insorte, ma questa è un’incontestabile verità, e basta leggere il manifesto del «nuovo» Pd: un miscuglio tra salario minimo, difesa del reddito di cittadinanza, ambientalismo sfrenato e, dulcis in fundo, redistribuzione della ricchezza e patrimoniale, inossidabile retropensiero della politica dem. E no a jobs act e termovalorizzatori (cosa farà Gualtieri?). Il primo drammatico banco di prova sarà però la guerra di Putin: la posizione della Schlein infatti è palesemente difforme da quella di Letta, che aveva lasciato come cardine della sua eredità il pieno sostegno all’Ucraina.

La nuova segretaria è più vicina al pacifismo peloso di Conte che alla solidarietà occidentale, e si può già prevedere che il Pd voterà contro il nuovo invio di armi a Zelensky. E infine: la sinistra è di nuovo all’anno zero, col Pd okkupato da una Masaniella chic che dovrà dimostrare sul campo la sua capacità politica: il fragile discorso dopo il trionfo di domenica ricordava tanto l’euforia delle occupazioni scolastiche, quando i capetti di turno si guardano dopo la prova di forza, contenti ma smarriti, per decidere cosa fare oltre ai bivacchi. Il difficile insomma comincia ora.