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Disagio giovanile, sempre più genitori chiedono aiuto alla Asl

La psicologa Gregorini e l’esperienza del Centro di Salute Mentale dell’XI Municipio della Asl Roma 3

Nella sofferenza può essere un segnale importante di presenza la loro richiesta di aiuto nei problemi di un figlio. Che poi sono problemi di chiunque giri intorno a lui. Così sono sempre di più le famiglie che si rivolgono ai servizi di salute mentale preoccupate per il disagio dei figli. Famiglie che si sentono impotenti di fronte la visione di ritiri sociali, abbandono degli studi o del lavoro, conflitti, impulsività e comportamenti autolesivi. Chiari segnali che possono indicare la necessità di un aiuto. Da questo punto di vista l’esperienza del Centro di Salute Mentale dell’XI Municipio della ASL Roma 3 descrive un fenomeno che coinvolge giovani e l’intero sistema familiare.

“Sempre più spesso ai servizi di salute mentale arrivano madri e padri preoccupati, disorientati e, talvolta, esasperati. Raccontano di figli che hanno interrotto gli studi o il lavoro, che vivono relazioni fortemente conflittuali, che manifestano comportamenti impulsivi o autolesivi. Altre volte descrivono giovani che si sono progressivamente ritirati dalla vita sociale, trascorrendo gran parte del tempo a casa o nella propria stanza”, spiega la dottoressa Giulia Gregorini, psicologa e psicoterapeuta del CSM dell’XI Municipio.

“Al Centro di Salute Mentale dell’XI Municipio della ASL Roma 3 osserviamo una crescita significativa delle richieste di aiuto provenienti direttamente dalle famiglie. Si può stimare che oggi circa il 60-70% delle situazioni riguardanti giovani adulti che arrivano all’attenzione del servizio vede un coinvolgimento attivo dei genitori nella richiesta di supporto o nel percorso di cura. Tra le famiglie che chiedono aiuto per un giovane adulto, inoltre, si può stimare che circa il 20-30% riferisca una condizione significativa di ritiro sociale: giovani che trascorrono gran parte del tempo in casa o nella propria stanza, hanno fortemente ridotto le relazioni e, nei casi più importanti, hanno interrotto lo studio, il lavoro o altre attività esterne. Giovani che rifiutano di rivolgersi ad uno specialista. È bene chiarire a scanso di equivoci che si tratta di una stima clinica riferita esclusivamente alle famiglie di giovani adulti che arrivano all’attenzione del servizio e non significa che il 20-30% dei giovani del territorio presenti una condizione di ritiro sociale”.

Quali sono i segnali che preoccupano maggiormente i genitori?

“Il ritiro sociale, un improvviso abbandono degli studi o del lavoro, l’isolamento dagli amici, una marcata instabilità nelle relazioni, frequenti scoppi di rabbia, impulsività, comportamenti autolesivi, abuso di sostanze, importanti alterazioni del sonno e una progressiva perdita di autonomia”.

Quali sono gli errori più frequenti?

“Uno dei rischi è aspettare troppo prima di affidarsi all’aiuto specialistico. Può essere inconsciamente rassicurante negare la difficoltà e ridurre tutto all’intenzionalità“: “Non studia perché non vuole», «non lavora perché non si impegna», «se volesse potrebbe reagire». Ma esiste anche il rischio opposto. Quando arriva una diagnosi, la famiglia può iniziare a leggere ogni comportamento attraverso la malattia e il genitore può progressivamente sostituirsi al figlio nelle decisioni e nelle attività quotidiane. Può sottovalutarne le risorse. Sono reazioni che nascono spesso dalla paura e dal desiderio di proteggere. Proprio per questo è importante che anche il genitore possa trovare uno spazio di ascolto e di supporto”.

Quando è opportuno rivolgersi ai servizi?

“Non è necessario aspettare una crisi grave. È opportuno chiedere una valutazione ai servizi quando un cambiamento persiste nel tempo e compromette in modo significativo la vita individuale e relazionale, alterando le abitudini quotidiane; quando la sofferenza blocca l’intera famiglia e impedisce di evolvere”.

In che modo può essere aiutata una famiglia?

“È proprio da questa necessità che nasce anche l’esperienza del gruppo dedicato ai genitori di giovani adulti con disturbi di personalità, attivo presso il Centro di Salute Mentale della ASL Roma 3. Nel gruppo arrivano storie familiari diverse: genitori separati, vedovi, genitori adottivi. Configurazioni differenti che spesso condividono una difficoltà: come aiutare un figlio con difficoltà senza sostituirsi a lui? Il lavoro si concentra anche sul delicato processo di svincolo. Quando un figlio diventa adulto dovrebbe progressivamente costruire una propria identità e una propria autonomia. In presenza di un disturbo psichiatrico o di una forte fragilità psicologica, questo passaggio può diventare più complesso o bloccarsi. Il disagio psichico e la psicopatologia di un figlio possono alimentare la dipendenza dai genitori e viceversa. Attraverso una valutazione caso per caso, è invece fondamentale potenziare le possibilità di crescita e di separazione”.

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