Cerca
Edicola digitale
+

Pil: Rapporto Einaudi, economia mondiale rallenta, ci salverà la 'solidarietà'

default_image

AdnKronos
  • a
  • a
  • a

Milano, 21 gen. (AdnKronos) - Tra “piccole rughe”, come la Brexit in Europa, e “grandi fratture” a livello internazionale, come quella tra Cina e Stati Uniti, l'economia globale sta rallentando e il mondo si trova davanti alla prospettiva di una possibile crisi, perché il ciclo economico è ormai chiaramente in una fase declinante. Dal Dragone alla Germania, i segnali di rallentamento destano preoccupazione e la domanda che ricorre in un mondo sempre più meccanizzato è: ma ci sarà lavoro per tutti? E' questo il quadro a tinte fosche descritto da 'Il mondo cambia pelle', il 23esimo rapporto sull'Economia globale promosso da Ubi Banca, dal Centro Luigi Einaudi e curato dall'economista Mario Deaglio. A scricchiolare, dopo un annus horribilis, non è solo l'Europa, ma sono anche gli Stati Uniti, più vulnerabili, secondo il rapporto, di quanto possa sembrare. Il bilancio pubblico Usa, con il debito ormai oltre il 105 per cento del pil, si è "vistosamente deteriorato", mentre è in costante crescita il debito delle società non finanziarie, raccolto a buon mercato negli anni delle politiche monetarie espansive. I salari crescono meno del Pil, mentre "l'effetto Amazon" sta mettendo in crisi il mondo del retail, con l'occupazione del settore delle vendite al dettaglio in contrazione. Anche per i big dell'hi-tech è arrivato il momento di ripensarsi: il deprezzamento delle quotazioni borsistiche di Alphabet (Google), Facebook e Apple preoccupa gli investitori e fa pensare a una bolla di iper valutazioni pronta a scoppiare. Il mondo cambia pelle anche in Europa, dove le spinte sovraniste dipingono scenari inediti e la demografia rende il Continente sempre più vulnerabile. La popolazione europea ha in media più di quarant'anni e nel 2060 sarà superata probabilmente da quella della Nigeria. Adulti e anziani tendono a risparmiare per mantenere il loro status, mentre i giovani, di solito più propensi a rischiare, si trovano sempre di più con pochi soldi e poco lavoro, spesso a tempo parziale o deciso da algoritmi programmati per aumentare la produttività. I gilet gialli e le loro rivolte sono un segno della crisi del nuovo capitalismo di mercato su cui la politica sta iniziando a intervenire. Un vero scontro sul libero commercio sono i principali motivi che potrebbero determinare una nuova recessione globale. Il secondo rischio, secondo il Rapporto, è il ritorno a un livello storico di tassi e rendimenti, che metterebbe in crisi la Cina e alcuni Paesi emergenti indebitati in dollari, dall'Argentina alla Turchia. Una terza miccia è la crescita dell'inappetenza per il rischio, soprattutto con l'arrivo dei populismi al Governo e un'ordine liberale sempre più sulla difensiva. Come uscirne? Gli economisti che hanno curato il rapporto vedono nella "sostenibilità" una via d'uscita alla mancanza di punti di riferimento nel mondo che cambia: sviluppare i bisogni del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future. E dalla sostenibilità si arriva al concetto di solidarietà, che deve prevalere tra generazioni e all'interno delle stesse, al concetto di tutela dell'ambiente e ai meccanismi di equilibrio politico che facilitino il ricambio generazionale.

Dai blog