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Signor nessuno a Confindustria

Il declino italiano incarnato dalla candidatura dello sconosciuto Carlo Bonomi alla guida di Confindustria

Signor nessuno a Confindustria

Caro direttore, in questi tempi bizzarri se Giuseppe Conte è Premier, diventa possibile che Carlo Bonomi, travet in un’aziendina di nove dipendenti - diconsi nove - a maggio assuma la presidenza di Confindustria. Forse c’è da augurarsi che gli industriali italiani in un sussulto d’orgoglio alla fine trovino, tra le oltre 150 mila imprese associate, almeno un capo azienda con una certa esperienza.

Bonomi, che solo dal 2013 ha avviato la propria impresa, peraltro grazie ai soldi del private equity, smania di succedere a Vincenzo Boccia, la cui società grafica Agb ha depositato al tribunale di Salerno una domanda ex articolo 182 bis della legge fallimentare.

Nel 2017, ultimo bilancio disponibile, l’Agb dell’attuale presidente di Confindustria, che da anni predica rigore ed efficenza al Governo, ha registrato una perdita di circa 3 milioni di euro. La corsa per la poltronissima di Viale dell’Astronomia da parte di Bonomi - che prima della presidenza in Assolombarda è stato per anni un piccolo collezionista di incarichi associativi - è iniziata con un coup de théâtre che si dice abbia molto irritato il Quirinale.

Nell’ultima assemblea di Assolombarda, tenutasi alla Scala di Milano, Bonomi si accreditava, per contare sulla presenza di Mattarella, come il candidato unico per raccogliere il testimone di Boccia. Invece il giorno prima, con una mossa a sorpresa, Giuseppe Pasini, presidente degli oltre 1.300 industriali di Brescia, gli ha fatto lo sgambetto annunciando la propria candidatura a cui ne sono seguite altre.

Gli imprenditori lombardi non hanno infatti raggiunto una comunione di intenti sulla figura del cremasco rampante Bonomi, pupillo di una vecchia gloria confindustriale come Diana Bracco alla quale Bonomi, con la sua Synopo, vende prodotti medicali che commercia con qualche difficoltà, visto che ha chiuso l’ultimo bilancio con 275 mila euro in rosso e circa un milione e mezzo di debiti a breve termine con le banche.

Attorno a Bonomi e alla sua corsa verso Roma, alcune contraddizioni interne ed esterne a Confindustria, incapace, dopo la clamorosa uscita di FCA, di fermare l’emorragia di associati.

Da un lato, secondo una nota che è diventata virale, il favorito alla presidenza si dichiara un manager illuminato che vuole tagliare radicalmente le strutture periferiche confindustriali, accorpando direzioni generali, le 70 associazioni territoriali e le 15 federazioni di settore; dall’altro, pare che per ottenere il consenso necessario e in perfetta linea con gli attuali stilemi politici, promette cariche a destra e a manca, tra cui la prestigiosa presidenza della Luiss, quella de Il Sole 24 Ore e del Centro studi.
Come se non bastasse, a reggere le fila del Bonomi-pensiero, il più romano e compromesso con l’apparato di Confindustria, l’immarcescibile Luigi Abete.

Ma ciò che maggiormente preoccupa nel momento in cui tutti considerano Confindustria indipendente e capace di sfidare partiti e governi, è l’appoggio esplicito di Paolo Grimoldi, un deputato della Lega che ha avuto gli onori delle cronache grazie ad una polemica sul «Diario» di Anna Frank. La corsa di Bonomi, comunque si concluda, dimostra l’attuale crisi di ogni tipo di istituzione del nostro Paese e, soprattutto, la mancanza di persone capaci e con un’adeguata esperienza nei cosiddetti corpi intermedi, che sono poi il collante fondamentale per il funzionamento di un sistema democratico.

Possibile che «Big» del nostro mondo imprenditoriale, pubblico o privato, come Giuseppe Bono, Pietro Salini, Edoardo Garrone, o Guido Barillla, non riescano a mettersi attorno a un tavolo e trovare una personalità che li rappresenti degnamente? Anziché affidarsi ad un Carneade come Carlo Bonomi o come è stato Vincenzo Boccia, che sta finendo il suo mandato al Tribunale di Salerno.

Oppure si sta pensando, come fece il povero Di Maio con Conte, di mettere un Bonomi qualunque e poi dirigerlo come un burattino? Ma la storia è maestra di vita e, come si è visto, anche i burattini possono rompere i fili e andare a fare disastri e figuracce in Italia e all’estero. L’imprenditoria italiana non lo merita davvero.

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