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EMERGENZA CORONAVIRUS

Lo studio: ci sono almeno altri 70mila contagiati in Italia

Secondo la fondazione Gimbe lo si evince dal tasso di mortalità

Lo studio: ci sono almeno altri 70mila contagiati in Italia

Considerato che in Italia i tamponi vengono effettuati prevalentemente sui sintomatici, la gravità del coronavirus è ampiamente sovrastimata perché vediamo solo la punta dell’iceberg. Lo sostiene la Fondazione Gimbe analizzando i dati dell’Oms e della Protezione Civile.

«Assumendo una distribuzione di gravità della malattia sovrapponibile a quella delle coorte cinese - spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione - si può ipotizzare che la parte sommersa dell’iceberg contenga oltre 70.000 casi lievi/asintomatici non identificati». Prendendo in considerazione questi casi, la casistica italiana si «ricompone» riducendo la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva, oltre che del tasso di letalità che si riallinea a quello della coorte cinese.

«La sottostima del numero totale dei contagiati - continua-se da un lato può attenuare le preoccupazioni sulla gravità della COVID-19, dall’altro non deve in alcun modo fare abbassare la guardia. Tutti dobbiamo essere consapevoli della necessità di rimanere a casa e di applicare rigorosamente tutte le misure di distanziamento sociale imposte dal Governo con l’obiettivo di ridurre la circolazione del virus, di evitare il contagio di altre persone, in particolare di soggetti anziani e fragili, al fine di evitare il sovraccarico degli ospedali». L’aggiornamento di ieri (che non include i dati della Puglia e della Provincia Autonoma di Trento), riporta 27.980 casi: 1.851 (6,6%) pazienti in terapia intensiva; 11.025 (39,4%)ricoverati con sintomi; 10.197 (36,4%) in isolamento domiciliare; 2.749 (9,8%) dimessi guariti; 2.158 i decessi (7,7%). Una distribuzione di gravità della malattia che appare quindi molto più severa di quella cinese (se non si segue quindi la tesi del «dimensionamento» avanzata dalla Fondazione Gimbe): 44.415 casi confermati di cui 81% lievi, 14% severi (ospedalizzati) e 5% critici (in terapia intensiva), con un tasso grezzo di letalità del 2,3%.

Per approfondire leggi: La curva dei contagi in leggera discesa

Il tasso grezzo di letalità ieri ha raggiunto il 7,7%, con ampie variabilità regionali: in particolare è del 9,8% in Emilia Romagna e 9,7% in Lombardia, rispetto al 4% nelle altre regioni. «Questo dato - spiega Cartabellotta - rappresenta una spia rossa sul sovraccarico degli ospedali, in particolare delle terapie intensive, allineando i numeri alla narrativa di chi lavora in prima linea». Si evidenzia che occorre tenere d’occhio l’incremento percentuale dei nuovi casi che, dopo alcuni zig-zag iniziali, nelle ultime 2 settimane si è attestato intorno al 20-25%, ovvero ogni 4-5 giorni si è raddoppiato il numero di casi (il dato di ieri del 13% non è definitivo).

Tuttavia, le modalità di diffusione dell’epidemia in Italia permettono di identificare 4 «contenitori» con dinamiche differenti: Lombardia; Emilia Romagna e Veneto; regioni confinanti; tutte le altre Regioni. I 4 «contenitori» hanno un’impennata della curva molto simile, ma ritardata di 4-5 giorni l’uno rispetto all’altro. «Se da un lato - spiega Cartabellotta - il numero di casi limitati nelle altre Regioni, prevalentemente del centro-sud, genera un pericoloso e fallace senso di tranquillità, dall’altro rappresenta un grande vantaggio per ridurre la circolazione del virus grazie alle misure di distanziamento sociale che in quelle regioni sarebbero molto più tempestive».

La recente impennata dei casi in Spagna, Francia, Germania, dimostra che per tutti i paesi europei la battaglia è analoga a quella italiana, con un ritardo di 7-9 giorni. «Tutti i paesi hanno avuto la possibilità di giocare d’anticipo - spiega Cartabellotta - avendo già visto il film italiano, ma hanno perseguito politiche attendiste contro un virus che si diffonde alla velocità della luce, e da cui si ritenevano immuni. Considerato che l’efficacia delle misure di distanziamento dipende dalla loro rigorosità, dalla tempestività e dall’aderenza dei cittadini, Europa, Stati Uniti e tutti i paesi del mondo, dovrebbero fare tesoro dell’esperienza (e degli errori) dell’Italia». Si evidenzia poi che alla domanda "quando finirà?", purtroppo è impossibile rispondere perché la validità dei modelli predittivi è influenzata da due fattori imprevedibili: la diffusione asincrona del coronavirus tra i vari paesi e l’assenza di un piano pandemico unico in Europa, dove i singoli Paesi stanno adottando differenti modalità di gestione dell’epidemia.

«Le conseguenze di questo approccio frammentato - ammonisce Cartabellotta - sono al contrario piuttosto prevedibili. Innanzitutto, si rischia di vanificare le misure draconiane messe in atto da alcuni paesi (in primis l’Italia), a causa degli inevitabili "casi di rientro"; in secondo luogo, i picchi dell’epidemia avverranno in tempi diversi tra i vari paesi e le conseguenze saranno legate all’efficacia dei vari sistemi sanitari; infine, sarà molto più difficile predisporre misure straordinarie per fronteggiare la recessione economica se i paesi del G7 e del G20 si troveranno disallineati nella gestione dell’epidemia e delle sue conseguenze sui mercati finanziari».

«Nonostante alcuni evitabili ritardi -conclude Cartabellotta - l’Italia è sulla giusta strada per contrastare l’avanzata del coronavirus. Adesso spetta a noi tutti fare i necessari sacrifici individuali per contribuire alla tutela della salute e alla tenuta del nostro insostituibile Servizio Sanitario Nazionale. Serve molta pazienza perché è ragionevolmente certo che i tempi non saranno affatto brevi».

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