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Il retroscena

Liti e gaffe, Mattarella perde la pazienza

Il presidente non ne può più del governo e spera nel rimpasto

Liti e gaffe, Mattarella perde la pazienza

Caaro direttore,
Sergio Mattarella non ne può più di questo scalcagnato governo che lo costringe ad essere uno e trino. Subito dopo le europee pretenderà un rimpasto e non esclude nemmeno elezioni anticipate. La misura, infatti, è ormai colma. Da ex giudice costituzionale, rigoroso sulle prerogative presidenziali e dei suoi limiti istituzionali, non vuole travalicare i suoi poteri, come egli stesso ha detto nel discorso di fine anno, ma oggi non ne può più di intervenire per sedare liti tra ministri e riallacciare il filo dei rapporti diplomatici. È stufo di un Presidente del Consiglio tanto presenzialista quanto poco concreto, di un Ministro degli Esteri che, pur conoscendo meglio di chiunque altro i pertugi di Bruxelles, non incide e resta trasparente, di un Ministro dell’Economia che ancora non ha ben compreso l’importanza del suo ruolo di capo dell’economia italiana, di un Ministro della Difesa in balia di un cerchio magico di Generali amici, di quello della Salute in totale confusione. Sul «gaffeur» Toninelli inutile spendere altre parole.

In questa babele si erge Mattarella, costretto a mediare con la Francia sulla Libia e sulla TAV, con gli Stati Uniti sugli F35, con l’UE sul Def, e poi sui temi della famiglia a pochi giorni del forum mondiale di Verona. Ora, in vista dell’arrivo del Presidente XI sulla maxi-intesa Italia-Cina, Sergio Mattarella si è confermato un funambolo di politica estera. Atlantista di ferro, come si conviene per chi è stato prima vicepremier con delega all’intelligence e poi Ministro della Difesa, è particolarmente attento a quel che si muove sullo scacchiere internazionale e all’opportunità per le imprese italiane. La scelta di offrire uno scudo istituzionale all’accordo con la Cina parte da lontano. Mattarella, figlio della sinistra DC, sulla Cina si è sempre richiamato a Vittorino Colombo, il democristiano che teorizzò l’avvicinamento a Pechino e di cui oggi Romano Prodi ha raccolto il testimone. Questa affezione per le anatre laccate non riguarda solo Mattarella, Colombo e Prodi. Nel 1991 fu il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, in visita ufficiale in Cina, a rompere l’embargo decretato dalla NATO dopo i fatti di piazza Tienanmen del 1989. Nei colloqui a quattr’occhi, il Presidente Andreotti pose il problema dei diritti civili e del rinnovamento della società cinese. Il Primo Ministro Li Peng, dopo un preambolo sulle vittime prodotte nel suo Paese dalle inondazioni, aggiunse: «Noi non dobbiamo compiere l’errore dei sovietici che hanno messo tutto in crisi. Abbiamo deciso una sperimentazione di economia mista senza anticipare teorizzazioni generali con la quale offriamo al mondo possibilità di buoni investimenti e ci attendiamo di essere largamente corrisposti».

Andreotti aveva posto le basi per una proficua collaborazione economico/politica tra Italia e Cina, ma al rientro a Roma fu sommerso dalle critiche di quanti lo accusarono di non aver affrontato il problema dei diritti civili e dalla reprimenda degli alleati NATO per aver violato l’embargo. Quella degli embargo, non solo ieri con la Cina o nel corso degli anni con la Libia o con la Russia e l’Iran, è poi un’altra storia: noi li abbiamo sempre rispettati mentre altri paesi, Francia in testa, li hanno allegramente aggirati con la complicità di ambasciate e servizi di sicurezza. Mattarella, proprio sulla Cina, ha tenuto a rassicurare al massimo livello gli americani, offrendo loro un po’ di consolazione. La rabbia di questi ultimi si spiega anche con la scoperta che i principali circoli statunitensi, alla pari dell'ambasciata di Via Veneto, sono rappresentati in gran parte da soli democratici anti-Trump che hanno fatto cilecca quando si è trattato di segnalare l’accordo in fieri con la Cina. A via Veneto hanno trovato come difensore d’ufficio Salvini che in questo modo cerca una forma di «protezione», dopo le reiterate accuse di essere filo Putin, anche a costo di inimicarsi ancora di più le imprese italiane del nord est che hanno rapporti con Pechino. Il suo collega Giggino Di Maio, invece, è tutto filo Xi pronto a tutto pur di mettere l’Italia all’avanguardia con il 5G. Mattarella, giustamente, ha detto basta a questi personalismi e nel comunicato finale dell’ultimo consiglio supremo della difesa l’ha messo nero su bianco. Chiede un governo coeso, con una sola voce, soprattutto in politica estera. Altrimenti vadano tutti a casa.

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