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Sri Lanka, continua la missione sanitaria di Ripartiamo e Fondazione Artemisia ETS: già 350 persone assistite

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Dagli orfanotrofi di Negombo, Kandy e Dambulla alla comunità dei Weddha. Visite nefrologiche e cardiovascolari, farmaci e terapie per i pazienti più fragili. Mariastella Giorlandino: «Profondamente colpita da quanto è stato realizzato. Questa missione rappresenta il senso più autentico del prendersi cura degli altri»

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Continua in Sri Lanka la missione sanitaria promossa da Ripartiamo APS, con il sostegno della Fondazione Artemisia ETS e di Piccini Wines, un progetto che sta trasformando la solidarietà in assistenza concreta, cure e speranza per centinaia di persone.

Una missione che, giorno dopo giorno, sta raggiungendo alcune delle realtà più fragili del Paese: dagli orfanotrofi di Negombo, Kandy e Dambulla fino alle comunità più isolate, dove l’accesso a una visita specialistica, a un farmaco o a una terapia adeguata può rappresentare un’opportunità preziosa e, in alcuni casi, decisiva.

A seguire personalmente la missione è anche Francesca Immacolata Chaouqui, presidente di Ripartiamo, presente sul territorio insieme ai figli, al segretario generale Mariacarmela e alle rispettive famiglie. Una presenza che restituisce la dimensione profondamente umana di un’iniziativa costruita sulla vicinanza, sull’ascolto e sulla volontà di condividere in prima persona le difficoltà delle popolazioni incontrate.

A guidare l’attività sanitaria è il dottor Walter Morale, primario della UOC di Nefrologia di Ragusa, coadiuvato dalla dottoressa Chiara Verrone. Il team ha effettuato visite specialistiche nefrologiche e cardiovascolari, intervenendo anche presso l’ospedale pubblico di Kandy.

I primi risultati raccontano già la portata della missione: circa 350 persone, tra bambini e adulti, sono state visitate, sono stati distribuiti farmaci di prima necessità e sono state individuate e prescritte terapie specifiche per circa 60 pazienti in condizioni particolarmente delicate, tra persone dializzate e affette da patologie croniche.

Particolarmente significativo anche l’intervento presso la comunità dei Weddha, nell’area orientale dello Sri Lanka, dove sono state visitate circa 50 persone, raggiungendo una popolazione che vive distante dai principali centri sanitari del Paese.

La missione continuerà fino al 18 agosto, con l’obiettivo di arrivare complessivamente a 700 persone assistite.

Un impegno al quale la Fondazione Artemisia ETS ha scelto di partecipare concretamente, sostenendo il viaggio della dottoressa Verrone e mettendo a disposizione farmaci e strumentazione sanitaria di primo soccorso.

Ed è proprio di fronte ai primi risultati raggiunti che la presidente della Fondazione Artemisia ETS, Mariastella Giorlandino, esprime profonda soddisfazione per quanto già realizzato, sottolineando il valore medico, ma soprattutto umano, di una missione capace di arrivare là dove il bisogno è più forte.

«Sono profondamente colpita dall’impegno che Francesca Immacolata Chaouqui, Ripartiamo, i medici e tutti coloro che partecipano alla missione stanno portando avanti in Sri Lanka. Quello che è già stato fatto ci riempie di soddisfazione e di emozione: dietro ogni visita c’è una persona, dietro ogni terapia c’è una storia, dietro ogni bambino assistito c’è una vita alla quale si offre una possibilità in più. Per la Fondazione Artemisia ETS essere parte di questa iniziativa significa tradurre in gesti concreti ciò in cui crediamo da sempre: la medicina non può limitarsi alla cura della malattia, ma deve saper raggiungere la persona, soprattutto quando è più fragile e più sola».

Per Mariastella Giorlandino il risultato raggiunto assume un valore ancora più profondo proprio perché nasce dalla capacità di mettere insieme professionalità, volontariato e solidarietà.

«Vedere medici e volontari raggiungere orfanotrofi, ospedali e comunità lontane dai grandi centri significa dare un significato reale alla parola assistenza. Un farmaco consegnato, una diagnosi formulata in tempo o una terapia indicata correttamente possono cambiare il destino di una persona. È questo che rende straordinaria questa missione e che ci spinge a sostenerla con convinzione».

Ma questa esperienza non si misura soltanto attraverso i numeri. Sono soprattutto gli incontri, e in particolare quelli con i bambini degli orfanotrofi, a lasciare il segno più profondo in chi sta partecipando alla missione.

Ci sono viaggi che si misurano in chilometri e viaggi che si misurano in emozioni. Viaggi dai quali si torna con valigie piene di ricordi e altri che non hanno bisogno di souvenir, perché ciò che resta è qualcosa di più profondo: immagini, sguardi e incontri capaci di cambiare per sempre il modo di guardare la vita.

Negli orfanotrofi la squadra era arrivata pensando soprattutto a ciò che avrebbe potuto portare: assistenza sanitaria, farmaci, una carezza, un sorriso, una parola di conforto. Eppure, come spesso accade nelle esperienze di volontariato, chi era partito per donare ha scoperto di ricevere molto più di quanto avesse immaginato.

Gli sguardi dei bambini incontrati raccontano storie difficili, segnate da privazioni e sofferenze, ma conservano allo stesso tempo una luce straordinaria: speranza, fiducia e un’incredibile voglia di vivere. Bambini capaci ancora di emozionarsi per un gioco, una canzone, un abbraccio o semplicemente per la presenza di qualcuno accanto a loro.

Sono proprio loro, apparentemente privati di così tanto, a ricordare agli adulti il valore più semplice della vita e del sorriso. Un sorriso che non nasce da ciò che si possiede, ma dalla capacità di riconoscere ciò che si ha. E sono loro a mostrare cosa significhi davvero resilienza: continuare a giocare, ridere, abbracciare e guardare al domani nonostante le difficoltà, le perdite e le ferite vissute.

Una forza silenziosa che interroga profondamente e che invita a riscoprire il valore della dignità, dell’umiltà e della gratitudine.

È anche questo il senso che Ripartiamo APS attribuisce alle proprie missioni: non soltanto portare un aiuto, ma scegliere di stare accanto a chi vive nella fragilità e a chi troppo spesso rimane invisibile. Riconoscere il valore di ogni persona, indipendentemente dal luogo nel quale è nata e dalle condizioni nelle quali vive, significa costruire ponti dove esistono distanze e trasformare la solidarietà da gesto occasionale in un vero stile di vita.

Dal campo arriva anche una testimonianza che restituisce il significato più profondo dell’esperienza vissuta accanto ai medici.

«In questi giorni siamo entrati in realtà profondamente diverse tra loro: gli orfanotrofi, l’ospedale di Kandy e la comunità dei Weddha. Cambiano i luoghi, le risorse e la cultura, ma rimane costante una cosa: la persona che hai davanti. Affiancando Walter Morale si impara prima di tutto a guardare, senza pensare di sapere già tutto e senza confondere l’aiutare con il salvare. Si impara a riconoscere la persona prima ancora del paziente e il contesto in cui vive prima ancora del sintomo che emerge dall’osservazione clinica».

Un insegnamento che riguarda anche il significato stesso della professione medica.

«Questa esperienza mi ha ricordato quanto sia preziosa la voglia di continuare a crescere, non soltanto professionalmente, ma continuando a conoscere e a cercare prospettive nuove anche quando si avrebbe il diritto di sentirsi già realizzati. Crescere non dovrebbe essere soltanto una fase della vita, ma un modo di stare al mondo».

E soprattutto la missione ha riportato al centro una convinzione semplice ma fondamentale: la possibilità di essere curati non dovrebbe essere un privilegio di pochi.

Entrare in realtà tanto lontane da quelle quotidiane, senza la presunzione di comprenderle fino in fondo, significa infatti tornare a casa più consapevoli di ciò che esiste al di fuori della propria realtà e della responsabilità che accompagna chi possiede competenze e strumenti per aiutare.

Fondamentale, in questo percorso, il sostegno dei donor che hanno scelto di rendere concretamente possibile la missione.

«Dietro ogni sorriso restituito, ogni visita effettuata e ogni gesto di cura ci sono persone che hanno scelto di credere nella solidarietà. Il sostegno ricevuto non rappresenta soltanto un aiuto materiale, ma un investimento nei valori della dignità umana, della salute, della fratellanza e della cooperazione. Grazie alla sensibilità di chi ha scelto di esserci possiamo continuare a trasformare l’impegno in azioni concrete e raggiungere chi ha maggiormente bisogno di assistenza».

Un ringraziamento particolare è stato rivolto alla Fondazione Artemisia ETS e alla famiglia Piccini, il cui contributo ha permesso alla missione di prendere forma e ai medici di portare la propria attività sul territorio.

Il viaggio non è ancora terminato. Nei prossimi giorni la squadra continuerà a muoversi attraverso lo Sri Lanka con l’obiettivo di raggiungere altre centinaia di persone.

Ma i traguardi già ottenuti raccontano qualcosa che va oltre qualsiasi bilancio: 350 persone visitate significano 350 storie incontrate, ascoltate e prese in carico.

E forse il significato più autentico della missione è proprio qui: nella distanza che si accorcia tra chi può offrire una cura e chi ne ha bisogno, nella capacità di riconoscere una persona prima di vedere un paziente e nella consapevolezza che, mentre si parte pensando di poter cambiare qualcosa nella vita degli altri, molto spesso sono proprio quegli incontri a cambiare chi ha scelto di partire.

«È questa – conclude Mariastella Giorlandino – la medicina nella quale crediamo: una medicina che sa essere competenza, cura e responsabilità, ma anche presenza e umanità. Perché prendersi cura di una persona significa prima di tutto riconoscerne il valore. E quando la medicina riesce ad arrivare fino a chi è più lontano, fragile o dimenticato, ritrova forse la sua missione più autentica».

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