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L'abito dice tutto e la style coach insegna come trasformare la propria immagine

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L'abito fa il monaco, dice un vecchio detto. Non è un dettaglio, è una presa di posizione. Ne è convinta Tania Mazzoleni, esperta in Transformation & Style Coach che ha inventato un metodo per trasformare ciò che si indossa in un atto di verità, presenza e auto-leadership, affinché l’immagine smetta di essere superficie e diventi coerenza visibile. Mazzoleni ha dato vita al Dress Emotional Code® e racconta il percorso che l'ha portata a vedere nell'abito non un semplice ornamento, ma un linguaggio capace di rendere visibile la competenza. «Per anni l’immagine è stata considerata qualcosa di superficiale, mentre io osservavo quanto incidesse sulla percezione di sé e sull’autorevolezza - spiega Tania - Ho incontrato molte donne preparate e competenti che però, visivamente, si ridimensionavano, quasi chiedessero il permesso di essere viste. Da qui è nata l’esigenza di creare un metodo: il Dress Emotional Code®. Un sistema che mette in relazione identità, emozione e immagine. Non si tratta di “vestirsi bene”, ma di guidare consapevolmente il modo in cui entriamo nello spazio e rendiamo visibile il nostro valore. C’è un dato molto concreto: bastano pochi secondi per la prima impressione, esattamente 7. In quel tempo non puoi spiegare chi sei, non puoi raccontare la tua competenza, non puoi far vedere la tua “testa”. L’abito parla prima di te e, se non è allineato, il messaggio si distorce se, invece, è coerente, il messaggio arriva chiaro, immediato. E l’abito, quando è coerente, smette di essere un dettaglio e diventa una frase precisa, finalmente pronunciata bene».

 Ecco allora che l'armadio si può trasformare in un vero e proprio “brain coach”. «Ogni mattina - dice ancora Mazzoleni - non scegliamo semplicemente dei vestiti, ma attiviamo uno stato mentale. Non esiste neutralità: entriamo sempre nelle situazioni con un corpo che ha già ricevuto uno stimolo. L’armadio è il primo momento decisionale della giornata e ogni scelta allena qualcosa: presenza o nascondimento, chiarezza o confusione. Per questo lo definisco un “brain coach”: non ti dice cosa mettere, ma ti allena a sostenere una postura mentale. La domanda non è più “cosa indosso?”, ma “chi sto allenando oggi?”. È un cambio di prospettiva che trasforma un gesto quotidiano in uno strumento di consapevolezza».

Mazzoleni introduce così il concetto di Embodied Dress Intelligence. Un colore o una texture possono influenzare il nostro stato mentale e la nostra autostima. «È un concetto semplice ma potente: il cervello vede e il corpo reagisce. La maggior parte degli stimoli che riceviamo è visiva e avviene in modo immediato. Colori, linee e tessuti influenzano il nostro stato interno: modificano postura, respiro, tono della voce. Un capo può chiuderci o aprirci, sostenerci oppure appesantirci. Non stiamo semplicemente indossando qualcosa, stiamo attivando una risposta che diventa percezione e poi comportamento. L’Embodied Dress Intelligence è proprio questa capacità di utilizzare l’immagine come leva attiva per regolare il proprio stato mentale ed emotivo. È una competenza che tutti abbiamo, ma che raramente utilizziamo in modo consapevole».

Perciò serve uni “riallineamento identitario”.  «Accade molto spesso che ci sia una distanza tra ciò che una persona è e ciò che comunica visivamente - spiega Tania - Questo succede soprattutto alle donne, che tendono a nascondersi o ad adattarsi a modelli esterni per sentirsi “giuste”. In questo modo si remano contro, pur avendo competenze solide. Il riallineamento è il lavoro su tre elementi: identità, personalità e immagine. Quando questi tre livelli tornano coerenti, accade qualcosa di molto concreto: non c’è più bisogno di spiegarsi continuamente. Si viene percepiti per ciò che si è. Il focus si sposta dall’approvazione degli altri alla propria coerenza interna. Non è una trasformazione estetica, è un cambio di posizionamento».

Qual quindi l’errore più comune che le donne commettono nel comunicare il proprio valore attraverso l’immagine?  «Pensare che l’immagine sia un rischio. Da qui derivano due atteggiamenti opposti: nascondersi oppure sovra-adattarsi. In entrambi i casi si perde potere. Il punto non è “curarsi troppo” o “curarsi poco”, ma non avere un’intenzione chiara. Se non decidiamo noi cosa comunicare, lo farà comunque qualcun altro, attraverso percezioni spesso distorte. L’armadio, in questo senso, è una vera e propria carta di identità, ma viene utilizzato solo in minima parte, spesso perché non rappresenta davvero chi siamo».

 Il DEC® non propone regole rigide o stereotipi da imitare così per aiutare una professionista a trovare il suo stile autentico senza che sembri un “travestimento” la regola numero uno è quella di  «evitare di partire dallo stile. Io parto sempre dall’identità: chi sono oggi, con i miei valori, le mie capacità, ma anche i miei limiti. Quando si lavora su emozione, intenzione e consapevolezza, lo stile diventa una conseguenza naturale. Il travestimento nasce quando si cerca di imitare un modello esterno che non si riesce a sostenere. È qualcosa che si percepisce immediatamente. L’autenticità, invece, non ha bisogno di essere costruita: emerge quando c’è coerenza tra dentro e fuori».

«Non ho nulla da mettere» è la frase tipica delle donne in crisi davanti all'armadio. Il consiglio dell'esperta è «smettere di guardare i vestiti e farsi una domanda semplice: “Di cosa ho bisogno oggi?”. Non come voglio apparire, ma come voglio sentirmi e cosa devo sostenere nella mia giornata. Da lì, scegliere anche un solo capo o dettaglio coerente con quella risposta. Non serve rivoluzionare tutto l’armadio. Serve cambiare prospettiva e iniziare a utilizzare ciò che abbiamo in modo più consapevole. Ho creato un test, sul mio sito, molto divertente per capire se il tuo armadio è felice individuando 5 tipi di armadi infelici: Bipolare, Shopaholic, Creativo, Mordi e fuggi e Nostalgico».

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