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di CARMINE MASTROIANNI C'è un filo rosso lungo sessant'anni che lega "Il Tempo" alle foibe, un filo che si dipana dalle mani di Renato Angiolillo per arrivare in quelle dell'attuale direttore Mario Sechi.

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pp.153).Accanto a Sechi sono intervenuti Guido Cace, Presidente Associazione Nazionale Dalmata, il Sen. Aimone Finestra, la giornalista Mila Mihajlovich, il Professor Aldo Giovanni Ricci e il Sen. Lucio Toth. Ma parlavamo di un fil rouge. Il volume in questione, ristampato in forma anastatica, riproduce un documento ufficiale del Governo Italiano preparato per la Conferenza di pace di Parigi del 1947. Con esso si voleva denunciare, con prove inconfutabili, la pulizia etnica attuata dalle truppe di Tito a danno delle popolazioni italiane dell'Istria, della Dalmazia e della Venezia Giulia. Il libro fu distribuito ai diplomatici riuniti nell'assise parigina, ma successivamente se ne proibì la diffusione in Italia. Angiolillo fu il solo a pubblicarne alcuni estratti poi distribuiti dal Centro Studi Adriatici allocato, all'epoca, al Vittoriano. Perché un così assordante silenzio? Bisogna chiarire subito che la Questione giuliana o triestina è stata risolta, non senza polemiche e ancor vivi rancori, pochi decenni fa con il Trattato di Osimo del 1975. Con esso l'Italia cedeva definitivamente la Zona B dell'ex Territorio libero di Trieste, (l'Istria nord-occidentale), alla ex Jugoslavia. Questa è stata indubbiamente la prima motivazione che ha spinto gli uomini politici sia italiani sia jugoslavi ad evitare di rivangare le pur orrende stragi delle foibe, nel timore, fondato, che ulteriori rivendicazioni e scambi di accuse potessero compromettere più di trent'anni di accordi diplomatici. Dall'altro nel nostro Paese la cultura di sinistra ha cercato di celare, maldestramente, il ruolo non certo lodevole di Palmiro Togliatti e di alcuni dei partigiani impegnati sul fronte triestino. Era stato il Migliore a dare manforte alle truppe iugoslave del generale Dusan Kveder nel battere sul tempo le forze neozelandesi del generale Bernard Freyberg nella famosa "the race for Trieste" (la corsa per Trieste). Tutto ciò nella speranza che il comunismo arrivasse anche da noi in un momento in cui l'Italia era allo sbando e l'Armata Rossa di Stalin occupava, indisturbata, l'Europa dell'Est. Ecco perché soltanto nel 2004, con la Legge n. 92 del 30 marzo, è stato istituito il Giorno del ricordo al fine di commemorare le migliaia di vittime infoibate e rendere un minimo di giustizia ai 350mila profughi, italiani, costretti ad abbandonare per sempre la loro terra natia. Scorrere le immagini fotografiche di questo eccezionale documento è, lo ammetto, un'esperienza dolorosa e raccapricciante, pur tuttavia servano da monito le parole del Presidente Giorgio Napolitano che ha sottolineato come "l'essenziale è non restare ostaggi né in Italia né in Slovenia né in Croazia degli eventi laceranti del passato" ma, posta fine "a ogni residua congiura del silenzio, a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza, possiamo finalmente guardare avanti, costruire e fare progredire una prospettiva di feconda collaborazione sulle diverse sponde dell'Adriatico che, dopo aver sofferto a lungo lacerazioni e conflitti, viene oggi trasformato dalla prospettiva euroatlantica".

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