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Notte di fuoco a Teheran, sale la tensione nel Golfo. Atteso a Washington l'incontro Trump-Netanyahu

Ignazio Riccio
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Un'altra notte di sirene e boati ha scosso Teheran. Poco dopo le 2:40 ora locale, la capitale iraniana è stata svegliata da una serie di esplosioni che hanno costretto all'attivazione del sistema di difesa aerea. Le agenzie di stampa iraniane hanno offerto versioni non del tutto coincidenti sull'origine del fragore: Tasnim ha collegato i boati alle aree di Parchin e Pakdasht, segnalando che il rumore si sarebbe udito anche a est e a ovest della città, mentre Fars ha attribuito il tutto all'intercettazione di alcuni proiettili sopra Pakdasht da parte della contraerea.


Poche ore più tardi è arrivata la conferma da Washington. Il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom) ha rivendicato su “X” una nuova ondata di attacchi contro il territorio iraniano, dichiarando di aver colpito centri di comando, siti di difesa aerea, sistemi missilistici e per droni, oltre a installazioni di sorveglianza costiera. L'obiettivo dichiarato resta lo stesso da giorni: ridurre la capacità di Teheran di minacciare il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz. Tra le località raggiunte da munizioni di precisione figurerebbe anche Bandar Abbas, snodo strategico sul Golfo Persico. Le operazioni, secondo il Centcom, si sarebbero concluse intorno alle 21 ora statunitense.


L'episodio si inserisce in una spirale di violenza che va avanti ormai da oltre quattro mesi e che nell'ultima settimana ha conosciuto una brusca accelerazione. Dopo un fragile memorandum d'intesa già logorato dai raid incrociati, gli Stati Uniti hanno ripreso a colpire con cadenza quasi quotidiana obiettivi nel sud dell'Iran - da Bushehr a Chabahar, da Qeshm a Sirik - mentre Teheran ha risposto bloccando lo Stretto di Hormuz e colpendo basi statunitensi in Giordania, Bahrein, Qatar e Kuwait. Secondo il ministero della Salute iraniano, gli attacchi degli ultimi giorni avrebbero causato diverse vittime civili e centinaia di feriti, molti dei quali ancora ricoverati.


Il presidente americano Donald Trump non ha mai nascosto l'intenzione di proseguire la campagna militare "finché non deciderò io di fermarmi", arrivando a paventare colpi ben più duri contro le infrastrutture energetiche iraniane - centrali elettriche e ponti - qualora Teheran continui a rifiutare il tavolo negoziale. Nella Situation Room della Casa Bianca si sarebbe già discusso, secondo indiscrezioni raccolte da testate statunitensi, di un'offensiva di portata assai maggiore rispetto ai raid mirati condotti finora attorno allo Stretto, con ipotesi che includerebbero persino un intervento via terra sull'isola di Kharg, da cui transita la stragrande maggioranza dell'export petrolifero iraniano.


Dal canto suo, il regime iraniano continua a escludere qualsiasi apertura diplomatica finché non cesseranno le "aggressioni". I Guardiani della Rivoluzione hanno ribadito che lo Stretto di Hormuz resterà sbarrato fino alla fine delle operazioni americane, e la diplomazia di Teheran ha fatto sapere che gli impegni internazionali del Paese restano validi solo a condizione di reciprocità. Sullo sfondo, la crisi economica interna si aggrava sotto il peso del blocco navale, mentre nella capitale si moltiplicano manifestazioni di piazza e murales dai toni apertamente ostili verso Washington.


Ad aggiungere tensione al quadro c'è l'atteso arrivo a Washington del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che secondo fonti israeliane potrebbe incontrare Trump alla Casa Bianca nei prossimi giorni. Il colloquio, non ancora confermato ufficialmente dall'amministrazione statunitense, dovrebbe affrontare proprio il possibile coinvolgimento di Israele in una nuova fase del conflitto con l'Iran, in un momento in cui anche il Congresso americano comincia a interrogarsi sui costi economici crescenti dell'operazione.


Al momento, nessuna delle due parti sembra disposta a fare il primo passo indietro. E mentre le cancellerie internazionali osservano con crescente apprensione l'evolversi della crisi, il Golfo Persico resta uno dei punti più caldi, in ogni senso, della geopolitica mondiale.

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