Cerca
Edicola digitale
+

Iran, fuoco incrociato fa tremare la tregua. Bombe su Hormuz e missili nel Golfo

Ignazio Riccio
  • a
  • a
  • a

Il Golfo Persico torna a bruciare. Nella notte tra martedì e mercoledì il Comando centrale statunitense (Centcom) ha condotto una nuova, massiccia ondata di raid contro l'Iran, durata sette ore e conclusasi poco prima dell'alba italiana. Nel mirino, come già nelle notti precedenti, decine di obiettivi militari nell'area dello Stretto di Hormuz e lungo la fascia costiera iraniana: siti missilistici, basi per droni, mezzi navali e sistemi di difesa costiera. Un'operazione, spiegano fonti americane, pensata per erodere ulteriormente la capacità di Teheran di minacciare il traffico mercantile e gli equipaggi civili che attraversano lo stretto.


La rappresaglia iraniana non si è fatta attendere. Nelle stesse ore in Bahrein e Kuwait sono scattati gli allarmi per missili e droni in arrivo dal territorio iraniano, una sequenza ormai divenuta quotidiana e che continua a logorare un cessate il fuoco già fragilissimo. Anche la Giordania è stata colpita: le difese aeree del Regno hashemita hanno intercettato tre missili prima che raggiungessero il suolo giordano. A rivendicare gli attacchi contro i tre Paesi è stato direttamente l'Iran.


A guidare la risposta militare americana è l'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, che ha attribuito a Teheran la piena responsabilità dell'escalation. Secondo Cooper, le forze iraniane avrebbero lanciato decine di missili e droni contro gli alleati arabi degli Stati Uniti nel Golfo, in quella che ha definito un'aggressione ingiustificata e pericolosa per vite innocenti. Il dispositivo militare statunitense schierato nell'area resta imponente: almeno diciannove navi da guerra nel Mar Arabico, tra cui due portaerei e una nave d'assalto anfibio con oltre mille Marines a bordo, oltre a centinaia di velivoli operativi in tutto il Medio Oriente, secondo quanto reso noto dallo stesso Centcom sui social.
Sullo sfondo resta la partita, ben più pesante per le conseguenze economiche globali, del blocco navale sui porti iraniani, ripristinato dagli Stati Uniti proprio poco prima dell'avvio degli ultimi raid. Una mossa che rischia di far salire ulteriormente la tensione nello snodo strategico da cui transita gran parte del petrolio e del gas diretti verso i mercati internazionali.


Non solo bombe, però. Il presidente Donald Trump ha rilanciato in queste ore anche la minaccia contro le infrastrutture energetiche iraniane. In un'intervista televisiva andata in onda martedì sera, il tycoon ha avvertito che se Teheran non tornerà al tavolo negoziale gli Stati Uniti colpiranno anche centrali elettriche e ponti nel Paese, promettendo di lasciare per ultimi, ma non di risparmiare, gli obiettivi legati all'energia. Una linea che il presidente americano aveva già seguito in passato, quando aveva minacciato di radere al suolo impianti e infrastrutture civili iraniane in caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz, sollevando allora anche le critiche di alcuni osservatori internazionali per il possibile impatto su strutture a duplice uso, civile e militare. Da Teheran, intanto, filtra la linea della rappresaglia ad oltranza. Le Guardie della Rivoluzione islamica avevano già rivendicato nei giorni scorsi attacchi contro basi americane in Giordania, Bahrein, Kuwait e Oman, promettendo di proseguire le operazioni finché non cesseranno le "aggressioni" statunitensi. Il timore, condiviso da diplomatici e analisti, è che il cessate il fuoco raggiunto settimane fa si stia progressivamente svuotando di significato, sostituito da una logica di colpo su colpo che coinvolge ormai stabilmente anche i Paesi confinanti, ben oltre i confini della disputa originaria tra Washington e Teheran.

Dai blog