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La finanza di Allah, come gli enti benefici vengono utilizzati per sostenere il terrore

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Francesca Musacchio
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Otto milioni e 670mila sterline britanniche investite nel 2024 da Europe Trust, 1,38 milioni di entrate nello stesso anno, 300 miliardi di lire egiziane annunciati dal Cairo come beni confiscati nel 2020 e altri 40 nel 2021, decine di milioni di dollari l’anno attribuiti dall’Ofac alla Union of Good, coalizione caritativa transnazionale pro-Palestina che, secondo il Tesoro degli Stati Uniti, fu creata alla fine del 2000, subito dopo l’inizio della Seconda Intifada, dalla leadership di Hamas per facilitare il trasferimento di fondi verso organizzazioni controllate o gestite da Hamas in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

La rete economica dei Fratelli Musulmani, dunque, passa da quote, welfare, imprese, finanza islamica, fondazioni, immobili e charities. Nel perimetro entrano anche Interpal, Palestinians Relief and Development Fund, una charity britannica da 2,55 milioni di sterline di entrate nel 2020 e 55.167 nel 2024, e 7,5 miliardi di dollari di sostegno qatariota all’Egitto di Mohamed Morsi nel 2012-2013. La review britannica del 2015 documento ufficiale del governo sui Fratelli Musulmani, descrive una rete internazionale che raccoglie e investe fondi, riceve sostegno dal Golfo e usa Europa e Regno Unito come basi operative. Non emerge un tesoriere globale, ma nodi nazionali e transnazionali.

Il modello originario nasce in Egitto, dove il denaro radica il movimento. Scuole, cliniche, aiuti ai poveri, reti professionali e piccole attività costruiscono consenso. La struttura economica finanzia quella politica. Il boom petrolifero porta rimesse e capitale. In Egitto crescono banche islamiche e società di investimento ai margini della regolazione statale. I circuiti islamisti ottengono credito, depositi, investitori e clienti. Tra i nomi compaiono Youssef Nada e Yusuf al-Qaradawi. In Egitto si crea, dunque, la borghesia economica della Fratellanza. La caduta di Morsi cambia la situazione a apre lo scontro. Il Cairo colpisce aziende, scuole, ospedali, cliniche, media, Ong e patrimoni personali legati ai Fratelli Musulmani.

Nel 2020 il valore nominale dei beni confiscati annunciato dalle autorità egiziane arriva a 300 miliardi di lire egiziane. Nel 2021 se ne aggiungono 40. Sono valori dichiarati, non cassa recuperata. Nel frattempo, Qatar, Golfo e Turchia hanno già offerto sostegno politico-finanziario e hub esterni. Il Golfo pesa prima con rimesse e petrodollari, poi con il sostegno politico. Il Qatar appoggia l’Egitto di Morsi con prestiti, depositi e aiuti stimati in 7,5 miliardi di dollari. Dopo il 2013, parte dell’ecosistema trova spazio tra Turchia, Europa e diaspora. Il rapporto francese ufficiale intitolato Frères musulmans et islamisme politique en France, pubblicato dal ministero dell’Interno nel 2025, indica la Turchia come base politica e logistica dopo la caduta di Morsi.

In Europa la filiera assume la forma di trust, fondi di dotazione, moschee, istituti educativi e organizzazioni ombrello. Il Council of European Muslims, ex Foie, è indicato dal rapporto francese come pivot continentale. Europe Trust, registrato nel Regno Unito nel 2004, usa una logica di waqf: rendimenti per progetti religiosi, educativi e sociali. Musulmans de France, ex Uoif, ha budget centrale intorno a 500mila euro, 139 luoghi di culto affiliati e 68 considerati vicini. Nel 2008 il Tesoro americano designa Union of Good come broker di trasferimenti verso organizzazioni amministrate da Hamas in Cisgiordania e Gaza. La cifra indicata è «decine di milioni di dollari l’anno». Nel 2003 Washington aveva già designato Interpal, Cbsp in Francia, Asp in Svizzera, Pvoe in Austria e Sanabil in Libano. Interpal resta il caso più conteso: per gli Stati Uniti è parte della rete Hamas, per la Charity Commission britannica non ci sono prove sufficienti di finanziamento terroristico. Le nuove sanzioni Ofac 2026 contro i rami egiziano e giordano segnano l’ultimo atto. Il Tesoro Usa designa i rami egiziano e giordano della Fratellanza per presunto supporto materiale a Hamas. L’effetto è il blocco dei beni sotto giurisdizione americana, il divieto di transazioni per i soggetti statunitensi e il rischio di sanzioni secondarie per banche estere che facilitino operazioni con i designati.
 

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