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Cuba, energia a singhiozzo. Mosca: "Aiuteremo i nostri amici"

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Foto:  Ansa 

Roberto Arditti
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La scena è questa: Dmitry Peskov, il fedele portavoce del Cremlino, si presenta ai microfoni con il volto teso, denunciando lo «strangolamento» di Cuba da parte degli Stati Uniti. Punta il dito sul blocco alle importazioni di petrolio, un’arma economica che sta mettendo in ginocchio l’isola caraibica. Mosca, dice, sta già studiando «possibili soluzioni con i suoi amici cubani», come riporta l’agenzia Tass.
È l’ennesimo capitolo di una saga che vede Washington e Mosca ai ferri corti, ma ancora una volta Trump non agisce da «fantoccio» di Putin, come ama ripetere la sinistra italiana, europea, mondiale. Pensate a Cuba, baluardo rivoluzionario che per decenni ha simboleggiato la resistenza anti-imperialista. Sotto Trump, l’embargo si trasforma in un cappio: sanzioni minacciate su chiunque osi esportare petrolio all’isola - Messico, Russia, Algeria. La presidente messicana Claudia Sheinbaum deve ammettere che le spedizioni sono ferme, lasciando Cuba a razionare il carburante con blackout che durano 10-15 ore al giorno. E da oggi si potrebbero fermare anche i voli per carenza di cherosene, lasciando migliaia di turisti sull’isola.

Voltiamo pagina verso la Siria, dove Bashar al-Assad, pilastro russo in Medio Oriente, crolla come un castello di carte l’8 dicembre 2024, travolto dall’offensiva lampo di Hay’at Tahrir al-Sham. Dopo 53 anni di regime baathista, Assad fugge a Mosca, lasciando un vuoto che il governo provvisorio di Ahmed al-Sharaa sta riempiendo con dialoghi per una transizione in qualche modo democratica. Non lontano, in Libano, c’è il ridimensionamento di Hezbollah, braccio armato iraniano e alleato indiretto per i russi. Dopo il sanguinoso conflitto del 2023-2024, il piano «Homeland Shield» dell’esercito libanese – finanziato da Usa e Francia – sta attuando il disarmo a sud del fiume Litani, distruggendo infrastrutture militari nemiche. Attraversiamo l’oceano, verso il Venezuela, dove Nicolás Maduro – altro tassello cruciale nell’impero latinoamericano di Putin – finisce in manette il 3 gennaio 2026, catturato in «Operation Absolute Resolve» dalle forze USA. Accusato di narco-terrorismo. Delcy Rodríguez, presidente ad interim, negozia con Washington sul petrolio sanzionato, un tesoro da miliardi di dollari, mentre aziende americane scalpitano per subentrare nell’industria estrattiva.

E poi c’è l’Iran, l’alleato prediletto di Mosca, schiacciato da una pressione che sembra un assedio. Teheran resiste, ma con un buildup militare Usa nel Golfo e negoziati indiretti all’orizzonte, la Russia condanna le «interferenze» senza muovere un dito, costretta ad adattare le sue strategie regionali. Questi colpi di scena sbugiardano la favola della sinistra (italiana e non): Trump, bollato come «scendiletto di Putin», si rivela invece il demolitore dell’influenza russa, dal Medio Oriente all’America Latina. Il New Start, il trattato sul nucleare, è scaduto il 5 febbraio, e Trump preme per un nuovo patto che includa anche la Cina, senza cedere un pollice. Ma per capire quanto sia capovolta la narrazione, basta confrontare con Obama, il vero Presidente accomodante con Mosca. Nel 2014, Putin annette la Crimea: Obama risponde con sanzioni su individui e banche, ma niente armi a Kiev. Difende la mossa dicendo di aver «sfidato Putin con gli strumenti disponibili», ammettendo persino le simpatie russe in Crimea. Risultato? Mosca consolida il controllo e invade il Donbas. Lo stesso in Siria: nel 2013, Obama traccia una «red line» sulle armi chimiche. Assad usa il sarin a Ghouta, uccidendo 1.400 persone, e Obama prepara l’attacco, ma poi ci ripensa. Apriremo gli occhi, prima o poi, o continueremo a negare l’evidenza?

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