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Da #Metoo all'Iran, se il Movimento femminista va in vacanza

Silenzio sulla campionessa di scacchi che ha rinunciato ai Mondiali in Arabia Saudita

Da #Metoo all'Iran, il Movimento femminista va in vacanza

Alla fine, il Natale femminista ha cullato sulla mangiatoia quella copertina del Time, con il movimento #Metoo innalzato a personaggio dell’anno. La rivoluzione, diceva Camus, è l’idea che si fa sostanza storica. E qui, di sostanza, ce n’è eccome, nata dal mescolamento delle vicende porcellone del caso Weinstein con relativi derivati e dell’ideologia anti maschio che ribolle nel pentolone politicamente corretto. Agitare ben bene, e servire caldo. Magari in quelle cene aziendali, sotto le Feste, che molte imprese qui e là tra Stati Uniti ed Europa hanno fatto precedere dalla diffusione di regole da seguire per evitare situazioni foriere di eventuali molestie, tipo niente balli troppo ravvicinati e massimo due bicchieri di alcolici. Oppure nel dopo lavoro della Nbc, colosso tv americano che ha vietato ai dipendenti maschi di accompagnare a casa le colleghe donne. E se già serpeggia la jihad contro la molestia “percepita”, sicuramente si prepara quella contro la molestia pensata, che impedirà al povero, flagellato maschio occidentale persino di voltarsi a rimirare un bel fondoschiena femminile.

E fa bene Tom Wolfe, in una gradevole intervista su Le Figaro di qualche giorno fa, a inserire il movimento femminista nel teatrone radical chic. Che, com’è noto, quando ci sono le ferie chiude, allo stesso modo di tutti gli altri atelier dell’elite liberal. E allora silenzio sulla ragazza iraniana divenuta simbolo delle proteste contro il regime di Teheran, messa in galera perché si è tolta l’hijab. Silenzio su tutte le altre giovani che in quel Paese stanno facendo lo stesso gesto, liberando i capelli dalla teocrazia e restituendoli alla bellezza complessiva del corpo della donna. Il gruppo Facebook “My Stealthy Freedom” sta documentando tutto ciò in questi giorni.

Silenzio assoluto, poi, sulle “zone di sicurezza” per donne allestite alla Porta di Brandeburgo a Berlino per la festa di Capodanno, dopo la mattanza di due anni fa, a San Silvestro, quando in varie città del Nord Europa molte donne furono palpate, ghermite, aggredite da immigrati di religione musulmana. Taharrush gamea, si chiama in lingua (e nella cultura) araba, una sorta di assalto di massa al corpo della donna. Nessuna parola, poi, neanche per Anna Muzychuk, 27enne campionessa di scacchi ucraina che non ha appaltato la sua dignità di donna alla ragion sportiva di Stato, e ha rinunciato a partecipare ai mondiali in Arabia Saudita per non indossare il velo. L’autunno era stato ciarliero. Appresso a storie di maschi porcelloni e donne tardivamente pentite di aver prestato l’assenso al laido metodo di selezione per concessione sessuale, aveva guerreggiato con vigore l’esercito delle rivoluzionarie grammaticali, quelle che “ministra”, “assessora” e “presidentessa”. Ora, con l’inverno, scende la coltre nevosa del silenzio su donne in lotta per una libertà che, guarda caso, smentisce l’illusione multiculturale. Non disturbate, la rivoluzione è in vacanza. O forse, semplicemente era solo una sessione di shopping.

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