Andrzej Wajda rende omaggio a Lech Walesa. In linea con quel suo grande cinema civile con cui i casi privati molto spesso li ha fatti convergere con quelli pubblici soprattutto in quella sua Polonia a lungo oppressa prima dal gioco nazista poi da quello sovietico. Come, agli inizi, con "I dannati di Varsavia" seguiti, fra i tanti, da "Cenere e diamanti", "L'uomo di marmo", "L'uomo di ferro", "Katyn". Per dirci di Walesa e del trionfale avvento con lui di Solidarnosc, Wayda comincia dagli inizi quando era solo un elettricista nei cantieri navali di Danzica, poi lo segue in tutte le tappe molteplici della sua carriera mettendo l'accento in modo lineare mai enfatico (la sobrietà è sempre stata una sua virtù), su tutte quelle, spesso amarissime vicissitudini che prima lo videro sindacalista in rivolta, poi perseguitato, punito, presto licenziato, con la conseguenza di ridurre in miseria tutta la sua famiglia, moglie e sei figli. Presto anche arrestato, mentre però attorno a lui, ai suoi casi e ai suoi coraggiosi discorsi, cresceva una partecipazione e una indignazione popolare che doveva appunto diventare la grande rivoluzione di Solidarnosc, gli operai che diventavano cittadini e i sindacati che potevano finalmente difendere i diritti di tutti. Con la morte di Breznev a Mosca si cominciò a scarcerare Walesa, finito ancora una volta in prigione, richiamando su di lui l'attenzione del mondo. Da qui il Premio Nobel per la Pace ritirato dalla moglie pÒerché lui, se espatriava, non lo facevano più tornare e poi il grandioso applauditissimo discorso pronunciato a New York nella sede delle Nazioni Unite. Una vera apoteosi con cui Wayda chiude il film sempre con i suoi modi semplici e dimessi, convinto che le trombe le facciano risuonare i fatti e non i modi con cui vengono rappresentati. Privilegiando invece nel corso del film tutto quel grigio plumbeo che grava come una coltre sui protagonisti specie quando sono in casa, in famiglia, e la polizia li minaccia e li ricatta. Un ritratto dal vero, senza orpelli, pronto a rispettare la verità. Gli dà vita un attore polacco, Robert Wieckiewicz, che non credo di conoscere ma che somiglia molto al Walesa di quegli anni, come ci confermano le sue tante immagini di repertorio proposte accanto a quelle della finzione. Interpreta Oriana Fallaci, nell'intervista che serve all'azione come filo conduttore, la nostra Maria Rosaria Omaggio, anche lei abbastanza somigliante.
Wayda e un altro uomo di ferro
Andrzej Wajda rende omaggio a Lech Walesa. In linea con quel suo grande cinema civile con cui i casi privati molto spesso li ha fatti convergere con quelli pubblici soprattutto in quella sua Polonia...