«Fascino del disincanto»: è con questa espressione che nell'ultimo libro del filosofo inglese Roger Scruton («Il volto di Dio», Vita e Pensiero editore, 200 pagine, 18 euro) definisce l'oscura passione che oggi fomenta incessantemente la nostra sempre più stupefacente capacità di abituarci a considerare non solo possibili, accettabili, normali e ovvie ma addirittura giuste e doverose idee e opinioni cose che solo fino a qualche anno o decennio fa ci sarebbero sembrate inammissibili aberrazioni. Poche definizioni mi sembrano felici come questa per designare il fenomeno di questa progressiva, graduale ma incessante accettazione, da parte di gruppi umani sempre più estesi, di cose che comportano l'improvviso abbandono di antiche e a volte millenarie convinzioni. Si tratta, probabilmente, del fenomeno intellettuale, morale e culturale più sconcertante del nostro tempo. E forse l'evento che oggi ne mostra meglio la singolare potenza è il crescente successo che ogi riscuote in tanti paesi di questo Occidente in crisi l'idea di considerare non solo legittime, come ovviamente può essere giudicato opportuno e giusto, le unioni di persone dello stesso sesso, ma anche equiparabili in ogni senso al matrimonio tradizionale, e per ciò stesso titolari del diritto ad adottare bambini. L'aspetto più inquietante della vicenda è naturalmente il fatto che essa sta avvenendo come se non fosse evidente che le coppie gay, non potendo generare, sono per definizione prive di quella che è certamente la principale e inestirpabile caratteristica del matrimonio tradizionale. Ciò nonostante, rivendicando il diritto ad adottare bambini, esse esigono implicitamente che le loro unioni siano un luogo in cui può costituirsi ugualmente, nonostante la sua struttura monosessuale, comportante l'assenza di uno dei due sessi necessari al concepimento alla generazione, un autentico rapporto genitori-figli. Bene: si può forse immaginare, in un campo decisivo come quello che riguarda appunto la concezione della famiglia e la conseguente legislazione, i cui fondamenti, per molti millenni, un po' dovunque su questo pianeta, sono rimasti immutati, una frattura più profonda di quella prodotta da questa idea? È evidente che col successo di questa idea, nella storia dell'umanità e delle sue leggi, dei suoi costumi e delle sue idee di fondo, delle sue convinzioni e dei suoi stili di vita, sta avvenendo un salto epocale. Eppure la sua sempre più estesa affermazione nel mondo sta passando, attraverso le coscienze, come il più naturale e inevitabile dei progressi. Quale l'origine di questa assoluta stranezza? Il problema della sua origine si confonde naturalmente col problema della stessa natura della modernità. La cui radice resta certamente misteriosa. Ma di quella che è forse la sua principale passione ho già citato la definizione molto suggestiva che ho appena trovato nel libro di Roger Scruton. Questi, com'è noto, è uno dei più apprezzati filosofi contemporanei. Insegna all'università di St Andrerws e a quella di Oxford. E come questo suo ultimo libro anche alcuni dei suoi libri precedenti («L'Occidente e gli altri», «La globalizzazione e la minaccia terroristica», «La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio», «La bellezza: Ragione ed esperienza estetica») sono stati pubblicati da V&P. Parlando del posto di Dio in un mondo disincantato, Scruton tenta di offrire una risposta alla cultura dell'indifferenza religiosa che ormai permea l'Occidente, e insieme una difesa appassionata dell'unicità dell'uomo. Egli rifiuta la tesi secondo la quale non esiste alcun significato o finalità nel mondo della natura. Al contrario, afferma che il sacro e il trascendente sono «presenze reali» attraverso le quali gli esseri umani giungono a conoscere se stessi e a trovare la loro libertà e riscatto. Nel volto umano troviamo un paradigma del senso. E a partire da questa esperienza, afferma Scruton, plasmiamo il volto del mondo e intravvediamo il volto di Dio. Nella stessa riga in cui ho trovato quella che a me sembra la denominazione più felice dell'impulso che ci porta sempre più allegramente ad accettare in quasi tutti i campi (politica, costume, estetica moralità) tutto ciò che finora ci era parso inaccettabile, compare anche il concetto di «moda». Essa suona esattamente così: «Solo quello che io chiamo il fascino del disincanto può farci accettare come vero ciò che è soltanto di moda». Fascino del disincanto, la moda al posto della verità: non aggiungo alcun commento salvo quello implicito nelle strepitose riflessioni del nostro Leopardi sui sinistri rapporti segreti della Moda con la Morte da lui splendidamente illustrati nel suo memorabile dialoghetto sull'argomento.
Se lo scalpore diventa moda
«Fascino del disincanto», è la definizione di Scruton: diventano accettabili idee fino a poco prima sconcertanti e il fascino del disincanto fa sembrare vero l’inaccettabile
