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Curiel: arte e buongusto nel dna dell'italian style

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Trai vari relatori della tavola rotonda, stasera parleranno sul tema anche la stilista Lella Curiel, la presentatrice Mara Venier e il docente di Estetica all'Università Statale di Milano Stefano Zecchi. La moda italiana è ancora uno dei pochi settori dove la crisi non ha per fortuna provocato sconquassi e i nostri stilisti restano tra i più apprezzati del mondo. Gli italiani da sempre lanciano le mode, a volte stravaganti, ma pur sempre attraenti e capaci di conquistare un vasto pubblico internazionale. Lo stile non è semplicemente qualcosa che nasce dalle grandi Maison, ma è anche un modo di vivere e persino di mangiare. Lo testimonia il libro «Lo stile in cucina. Le ricette di Lella Curiel e altre storie» (Codice Atlantico). Ma quali sono le caratteristiche sulle quali si fonda l'italian style? «Abbiamo delle tradizioni che esistono da secoli, cultura e buongusto sono nel dna e si esprimono nel vivere la casa, nel saper ricevere gli ospiti, nel mangiare o nell'arredare - risponde Lella Curiel - La nostra cultura ha mille rivoli, la moda italiana è sempre vincente nonostante la crisi, perché è forte il senso della creatività e della qualità, ci sono state grandi scuole alle nostre spalle per la ricerca del tessile e poi per l'uso della tecnologia. La nostra qualità si riflette nelle sete di Como come nelle lane del Piemonte, abbiamo un bagaglio culturale che si tramanda da generazioni. Ci sono molti studenti russi che vengono a Milano, a Roma o a Firenze per imparare la moda italiana, per scoprire la nostra tradizione sartoriale tradotta poi nella grande industria. A Napoli ci sono i grandi sarti per uomini, nelle Marche la pelletteria, le scarpe in Veneto e così via. Le nostre aziende vivono da 3 o 4 generazioni e il sapiente artigianato si è trasformato nel tempo in industria. È un peccato che il nostro governo non investa abbastanza nella formazione dei giovani: non abbiamo ricambio nella moda e dobbiamo invece rilanciare la sartoria giovane. Mentre i ragazzi devono capire che non si può diventare subito tutti belli, ricchi e famosi. Su questo c'è cattiva informazione: i giovani non capiscono che occorre fare gavetta, conoscere la tecnica, sapere come si cuce per poi creare modelli. Non abbiamo più scuole artigianali di calzolai o sarti, qualcosa è rimasta al sud. Ho avuto la fortuna di vivere la Milano del dopoguerra, negli anni '50: mia madre aveva un salotto mitteleuropeo frequentato da scrittori, musicisti, intellettuali. Così, ricordando quel bel periodo, ho pensato di legare le ricette della tata e di mamma a questi personaggi. Su tutti, ricordo Indro Montanelli e il pianista Arthur Rubinstein, che amava i fagioli con gli uccellini e poi suonava a 4 mani con mia madre. Mentre Indro adorava il pollo alla crema con la besciamella, era un toscanaccio che amava dire quello che pensava, ma sempre con molto garbo e educazione. Spesso, a mezzanotte, si facevano gli spaghetti al pomodoro per gli amici, Teddy Reno, Wanda Osiris e Macario. Bei tempi!». Din. Dis.

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