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Quella cupola che non c'è più

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Talenorma applicò le volontà riportate nell'articolo di Carlo Belli (Quadrante n°35, 1936) titolato "Dopo la Polemica": "vogliamo la Casa del Fascio di Como, intanto, come modello-base per tutti gli edifici d'Italia (compresi i ministeri)…". La legge "Istruzioni per il Restauro dei Monumenti" promulgata nel 1938, al punto 8 recitava: "per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in "stili" antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell'antica e della recente storia dell'arte". Oggi, nonostante l'evidenza storica di certi eventi, si continua a bollare l'architettura tradizionale, senza riflettere sulla dipendenza della classe politica dal manipolo di "consiglieri esperti" i quali, riconosciuti come tali, impongono le loro scelte sul futuro delle città... e Roma lo sa bene! Questo processo ha ormai da tempo fatto corto circuito, la gente è sempre più scontenta del modo di operare degli architetti, specie delle "archistar" che lanciano le mode e fanno proseliti più dannosi di loro. L'insegnamento universitario ideologico-modernista sta progressivamente facendoci perdere quelle capacità costruttive ed artistiche che fecero grande l'italica architettura, e il nostro patrimonio ne soffre. Ecco perché, allora, sarebbe opportuno considerare la restituzione del Padiglione Permanente per l'Agricoltura e le Foreste di Armando Brasini. Ritenuto troppo tradizionale e Neo-Romano per essere mantenuto, e troppo "Fascista" agli occhi dei miopi classificatori della storia architettonica per non essere preso come capro espiatorio e sacrificato sull'altare del modernismo, la sua ricostruzione aiuterebbe ad abbattere simili erronei pregiudizi. In questo particolare momento storico, in cui sembra ci si sia finalmente sensibilizzati nei confronti dei problemi della "sostenibilità ambientale", e compare un rinnovato interesse nei confronti della tradizione e del turismo, mi allargherei a proporre anche la realizzazione di un altro grande progetto di Brasini: quello della Cupola di S. Ignazio a Roma, commissionatogli dal Fondo Culti nel 1918, e approvato dal Consiglio Superiore delle Belle Arti dichiarandolo "degno dell'insigne chiesa, una tra le più belle di Roma". E che dire dell'altra vittima del pregiudizio, cioè il completamento della Chiesa di Piazza Euclide, lasciata priva della grandiosa cupola per la quale il Brasini aveva realizzato diverse proposte ed un modello? Tutelare la nostra vocazione turistica è fondamentale, ma per far questo dobbiamo proteggere i nostri monumenti. È dunque necessario mutare il modo di concepire e costruire i nuovi edifici, poiché l'iper-specializzazione delle tecniche e dei materiali "moderni" si sta accompagnando ad una progressiva perdita delle capacità tecniche di intervenire sul nostro patrimonio: i danni subiti dagli edifici mal restaurati a L'Aquila, ad opera di tecnici e maestranze che conoscevano soltanto il cemento armato, sono un segnale importante che non possiamo ignorare, poiché gradualmente il nostro patrimonio rischia di scomparire a causa della perdita delle capacità di mantenerlo. Per concludere, ritengo che queste opere Brasiniane possano servire come punto di partenza per rinvigorire l'italica (e romana) tradizione costruttiva, atto peraltro utile al rilancio dell'economia locale. Queste opere potrebbero tornare utilissime come cantieri scuola, dove far imparare l'arte del buon costruire, tanto indispensabile oggi per tutelare il nostro patrimonio ed abbattere i costi di restauro: più manodopera, più competizione, meno costi, e maggiore rispetto per l'ambiente!

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