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Comunisti a perdere

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Enoi, parafrasando il ritornello, diventato proverbiale, potremmo chiederci "Ma dove sono i comunisti di un tempo?". La Storia, quella con la "a" maiuscola che, dicevano, avrebbe dato loro ragione, li ha cancellati? Oppure, come vendicativi "revenants", si apprestano a tornare? Dire che ne abbiamo nostalgia sarebbe troppo. Perché è difficile essere nostalgici dell'aspro settarismo, dell'ottuso moralismo, della disonestà intellettuale, della sconfinata presunzione che caratterizzavano i vecchi "compagni", soprattutto "ai piani alti", laddove ti scontravi con l'arroganza sprezzante di chi, per dirla con l'Orwell della "Fattoria degli animali", sosteneva che, sì, tutti gli uomini sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. E cioè, per l'appunto, i comunisti. Gli eletti che avrebbero sgominato i reprobi. I "belli e impossibili" dell'aristocrazia proletaria che, lancia in resta contro i capitalisti, avrebbero redento le masse. Ci credevano in tanti. E l'icona comunista sfavillava anche tra i "padroni" e i "borghesi", quelli a cui, secondo gli schiamazzanti gruppettari, erano riservati "ancora pochi mesi". L'"immaginario" comunista era davvero forte e condizionante. Tanto è vero che, per dirne una, furono non pochi tra i telespettatori a stupirsi quando nella trasmissione di Renzo Arbore, "Quelli della notte", apparve Maurizio Ferrini, nei panni di un comunista riminese, trinariciuto venditore di pedalò, che confessava candido: "Non capisco, ma mi adeguo". Come! C'è qualcuno che osa prendere in giro i comunisti! Roba da non credersi! Ci rimasero male i compagni duri e puri, i "radical-chic" morbidi e in malafede. Ma anche loro furono costretti, diciamo così, ad "adeguarsi". Del resto, era il 1985: e quattro anni dopo il Muro di Berlino e tutti gli altri muri dell'Est europeo sarebbero finiti in briciole sotto il peso degli errori e degli orrori del socialismo reale. Ma del "comunismo immaginario", dei miti, dei riti, delle passioni, delle utopie, delle parole d'ordine, delle icone un tempo sfavillanti, che cosa si è salvato? Ecco, Francesco Cundari, già collaboratore del "Riformista" e del "Foglio", e adesso direttore di "Red Tv", si è messo pazientemente alla cerca del tempo e dei compagni "perduti", per raccontarci "tutto quello che c'è da sapere sul Pci" in "Comunisti immaginari". Cundari è nato nel 1979: dunque, il suo "vissuto", per dirla in "sociologhese", nulla ha a che fare con climi, paesaggi, cronache personali e scampoli epocali, che invece contagiano/contaminano chi come noi, avendo abbondantemente superato gli anta, ne ha viste di tutti i colori (a partire dalle sfumature del "rosso"). Così, "sine ira et studio", ma con intelligenza e ironia, il Nostro racconta settant'anni di Pci, secondo un puntuale ordine alfabetico. Si inizia con "Avanti popolo" (del celeberrimo inno vengono ricordate a soddisfazione dei curiosi anche strofe nascoste o poco note) per finire con "Zelig". Già, chi è o che cos'è lo Zelig del Pci? Dove sta la provocazione/vocazione occulta? Nel dirigente, nel militante, nell'intellettuale che, passando dal Pci al Pds, poi ai Ds e infine al Pd, si è impegnato a cambiare tutto perché nulla cambiasse? Nel trasformista prima rivoluzionario e ora riformista? Nel compagno "fedele alla linea" (quale?) che si definisce ancora "comunista" (con gran gioia del Cavaliere, per cui i comunisti esistono ancora, e neppur tanto camuffati)? Beh, qui ce n'è di materia per riflettere. Ben 55 "voci" (citiamo in ordine sparso "Egemonia", "Botteghe Oscure", "Stalinismo", "Berlinguer ti voglio bene", "Frattocchie", "Questione morale", "Lotta armata", "Unione Sovietica", "Cattocomunisti") che ti fanno ricordare e ripensare. Spesso sorridere. Ma qualche volta ti agghiacciano, ad esempio quando, leggendo la voce "Migliore", ci si trova di fronte al Togliatti realista "gelido, cinico e spietato", che è "tra i pochi a godere della personale fiducia di Stalin e di un rapporto diretto con lui", e che si rende "corresponsabile di tutti i peggiori crimini commessi negli anni del Grande Terrore". Ecco, entriamo nell'immaginario comunista (lo fece anche Giorgio Gaber nel fulminante monologo "Qualcuno era comunista"), dando spazio ai sogni e alle illusioni, alle emozioni e ai sacrifici di chi credette "davvero" nel valore salvifico della falce e del martello, ad essi magari consacrando la vita: però, raccontiamola "tutta" quella storia, dando a ciascuno il suo. Si tratti di vittime, di carnefici o di complici dei carnefici. Come Palmiro Togliatti, il Peggiore.

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