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Albertazzi: "Il mio Dante lussurioso e biologico"

Giorgio Albertazzi

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È un incontro intimo tra due fiorentini innamorati della vita e delle donne lo spettacolo «Dante legge Albertazzi», in acclamata tournée estiva, che conferma e rinnova un'antica e duratura sinergia artistica in grado di sfidare precedenti e contemporanei illustri con una modalità espressiva sempre inedita.   Dalla passione adolescenziale trasmessa da un'insegnante amata alla ricerca di una tecnica interpretativa in cui la parola e il pensiero siano in perfetta armonia, Giorgio Albertazzi, che ha appena compiuto 86 anni, dialoga con un poeta universale e popolare, naturalmente teatrale in virtù della sua musicalità e della sua pulsione comunicativa. Quando è cominciato il suo legame con Dante? «Ero ancora piccolo quando rimasi ad ascoltare una disputa fra due uomini che litigavano per attribuire la "Divina Commedia" rispettivamente all'Alighieri o a Dante da Maiano. Chiesi a mio nonno chi fosse Dante e lui mi rispose: "È uno che è andato all'inferno ed è tornato". A scuola, ormai tredicenne, ero innamorato di Cinita, la mia professoressa di italiano: aveva trent'anni, i capelli rossi e gli occhi verdi. Mi chiamava spesso a leggere Dante alla cattedra e commentava: "Può fare l'attore, ci pensi". Talvolta facevamo "forca" insieme, cioè marinavamo la scuola, e al bar mi parlava di Shakespeare e di Goethe che non erano in programma. A due metri da lei provavo "tremori danteschi" e avevo anche un rivale in quest'amore, un certo Pandolfini, con cui ci scazzottavamo». Qual è la novità di questo spettacolo? «Rispetto alle letture che ho inciso sui dischi e realizzato per la televisione, mi sono adoperato affinché la parola fosse contemporanea al pensiero. In teatro se la battuta precede il pensiero diventa automatismo, meccanismo inespressivo che va avanti da solo, ma se viene troppo tempo dopo il pensiero fatica e arranca perché si rimugina. Il regista Latella mi ha scritto che quando nomino un oggetto non indico semplicemente il significante, bensì il fatto, l'avvenimento. Ho scelto che Ilaria Genatiempo, una giovane attrice dal talento particolare, un po' simile a Laura Marinoni, bella, raffinata e dotata di eleganza naturale, incarnasse la mia Cinita in quanto sirena, mito ispiratore, che mi ha condotto verso Dante». Cosa pensa degli altri attori che si sono misurati con Dante? «Vittorio Gassman ci metteva un dotto impegno intellettuale, Carmelo Bene era straordinario nel Canto XXVI dell'"Inferno" che riguarda Ulisse. Benigni è simpaticissimo nel parlare di Dante da fiorentino vernacolare, ma non si può dire che abbia una speciale dizione del verso: somiglia più a un professore che non a un attore. Si dimentica sempre di citare Anna Proclemer che merita di essere ricordata per il corpo e la stupenda astrazione donata al XXXIII canto del"Paradiso". Il mio Dante di oggi non è imitabile». Chi è Dante per lei? «Un lussurioso, animato dal demone carnale, come pure un poeta ìbiologico” poiché hanno ragione Borges ed Eliot nel dire che sia il più universale del mondo. È così legato alla vita umana che se lo leggi insieme ad altri poeti noti subito la sua maggiore profondità. Il suo endecasillabo è morbido e musicale: i poeti che non suonano sono cattivi poeti. Dante ha una sonorità eccezionale ed è però un poeta di piazza, vicino alla gente, e teatrale nel suo bisogno di essere ascoltato da un pubblico». Lei non conosce età? «Brel affermava che ci volesse talento per invecchiare senza diventare adulti e io aggiungo che ci vuole tempo per diventare giovani. Il mio segreto? Amo le persone, le carezzo col pensiero».

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