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Quante risate dalla terrazza su Ponte Sisto

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Quifuori, in terrazza, ci correvano i ragazzini in bicicletta». Affacciato al parapetto, spaziando con lo squardo su Ponte Sisto, gli occhi a fessura che brillavano. Così due anni fa, l'ultima volta che ho incontrato Mario Verdone. Aveva vinto l'ennesimo premio da saggista, da poligrafo, qual era. E allora andai a chiacchierare con quello che era anche stato il mio prof alla Sapienza per l'esame di storia del cinema. Verdone mi fece il tè in cucina, poi via in terrazza, fiero del nespoletto, delle sue fragole tra i vasi allineati alla buona sulle mattonelle granigliate anni '50. I «ragazzini» dei ricordi erano Carlo e Luca, i suoi figli. E lui parlava colorito, mimando voci e gesti. Con quella cadenza toscana fortuita visto che era di padre napoletano, soldato morto in guerra, e che era nato pe caso ad Alessandria ma poi era cresciuto a Siena, la città della madre, rimasta così presto vedova. «Carlo ha imparato da me a fare le voci. Era una mania. "Voglio recitare anch'io", mi diceva. E che sai fare? "I rumori, tutti, pure quello del cesso". Che ridere. Però lo mandai a studiare da Maria Signorelli». Una casa allegra, perché più di tutti era allegro lui, il professore. Una casa che si apriva agli amici, i De Sica tra tutti. Il cinema era una passione giovanile e divenne il lavoro. Ma Mario Verdone è stato poeta, librettista d'opera, pittore, saggista, appassionato alle odi armene quanto al futurismo. «Marinetti lo conobbi nel 35, a 18 anni - mi raccontò - A Siena facevo l'ufficio stampa per la rassegna dei vini tipici. Lui sentenziò che bisognava abbinarvi un concorso di poesia bacchica, amorosa e guerriera. Ci andavo a cena e un po' lo prendevo in giro, da goliarda. Poi cominciai ad apprezzare i futuristi e a scriverne». Di De Sica il più commovente ricordo. «Chaplin venne al Centro di cinematografia e proiettammo Umberto D. Quando uscimmo dalla sala "Charlot" non c'era. E Vittorio scalpitava per avere un giudizio del film. Tornammo in saletta. Chaplin era seduto là. E piangeva».

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