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Crudeltà e ironia del teatro nei monologhi di sei attori

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Tiberiade Matteis Sei attori in un gioco al massacro che racconta il mondo del teatro e i suoi retroscena. È lo spettacolo «Casamatta vendesi», scritto e diretto da Angelo Orlando, anche interprete, fino al 29 marzo al Vittoria, accanto a Valentina Carnelutti, Adriano Evangelisti, Raffaele Latagliata, Lusitana Pedroso e Alessandro Procoli. Da questo testo che, ad intervalli e con numerosi rimaneggiamenti vanta un lungo periodo di rappresentazione dal 1994 ad oggi, è stata tratta la sceneggiatura vincitrice del Premio Solinas 2005 come miglior commedia, che diventerà entro il 2009 un film prodotto da Tonino Zangardi per Atalante. La trama si sviluppa nel dare sfogo e dimostrazione di quella crudeltà e ironia che contraddistinguono le storie degli attori nella vita e sul palco, in un avvicendarsi di eventi teatrali e reali di forte emotività. Gli interpreti di oggi parlano del loro «qui e ora» con lucida e disinvolta naturalezza, tanto limpida da divenire ora comica, ora grottesca e spietata verità. Chi vide la rappresentazione al suo debutto dieci anni fa riconoscerà quelle contingenze immutabili nel lavoro dell'attore e allo stesso tempo i cambiamenti radicali avvenuti in questo pezzo di storia. L'allestimento attuale, con musiche di Saro Cosentino, si rivela così una sorta di palestra in cui professionisti di diversa formazione si cimentano senza risparmiare energia, preparandosi anche al futuro impegno della realizzazione dell'imminente pellicola omonima. «La macchina teatrale viene smontata e rimontata in un insieme di entrate e uscite, ma alla fine il gioco non viene mai svelato» - spiega il regista - Le storie dei singoli attori si bloccano all'improvviso, per lasciar spazio a confessioni ambigue che potrebbero essere le parole sincere di interpreti, apparentemente sconfitti dal loro stesso lavoro e perciò, dalla vita. Sei monologhi spezzano il ritmo della vicenda che, verso l'epilogo, diventa quasi un thriller. Andare in scena è come riuscire a realizzarsi nella vita. Il giorno della prima assume carattere simbolico e sembra far aleggiare sulle teste di tutti i protagonisti, il peso dell'insuccesso. Applausi o fischi non saranno importanti perché è come se tutto fosse già accaduto a prescindere da ogni giudizio».

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