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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE, di Mark Herman, con Asa ...

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Nel film inglese di oggi, tratto da un romanzo, c'è invece un bambino il cui sguardo innocente gli impedisce di capire quello che accade in uno di quei campi e ne finirà vittima nel più terrificante dei modi. Il bambino è figlio di un ufficiale delle S.S. che ne è al comando, abitandone ai margini con la famiglia. Suo figlio, di otto anni, giocando nei dintorni si imbatte in un reticolato dietro al quale scopre un coetaneo vestito nell'uniforme dei detenuti che lui scambia per un pigiama a righe, un po' stupito vedendo tutti gli altri lì assiepati lavorare anch'essi in pigiama. Fa delle domande, l'altro gli risponde alimentando senza volerlo l'equivoco in cui è caduto e cui, forse, un po' partecipa anche lui. Diventeranno amici, arriveranno persino a giocare insieme a dama nonostante quel filo spinato che li divide, poi, per un altro equivoco, il dramma, anzi, la tragedia: nera, terribile, definitiva. Più il piccolo protagonista, con il candore dei suoi occhi, non vede la realtà e più il racconto che gli si stringe attorno si fa cupo e angosciante, se pur non ancora pervaso da cupi presagi. I familiari, sempre in primo piano, hanno caratteri quasi opposti, il padre torvamente votato al suo bieco «lavoro», la madre, invece, pronta ad opporvisi, mentre il clima nazista e antisemita che lì incombe suscita, in varie occasioni, momenti costruiti con effetti forti, diretti, spietati. Fino al procedere fatale di un'azione che ci farà seguire come dal vero le nefande procedure delle docce e delle camere a gas, dietro alle cui porte sbarrate si attua «la soluzione finale». Gli interpreti, specie i due bambini, provocano quasi un nodo alla gola per la loro calma ingenuità. Gli adulti compongono figure in linea con i loro ruoli diversi. In cifre realistiche. Un film commovente fino allo strazio. Lo vedano tutti. Quelli che non vogliono dimenticare e quelli che dovrebbero vergognarsi di negare.

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