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Fratelli d'Italia

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È possibile che a 63 anni dalla fine della guerra resti ancor in piedi un confronto fascismo-antifascismo? È possibile che i nervi siano così ancora scoperti che basta una parola, un riferimento, per scatenare sospetti, accuse e polemiche? Forse mai come in questa occasione poteva essere chiusa la questione con ministri che non potevano essere sospettati di appartenere a quel mondo, quello comunista, che da oltre 60 anni ritiene di essere depositario e custode dell'antifascismo, erede di quei movimenti che diedero vita alla Resistenza. Si possono così criticare alcune affermazioni di Alemanno o La Russa, ma sarebbe sbagliato vedere in loro i responsabili della polemica. La questione ha radici più lontane e coinvolge altre forze culturali. Non c'è dubbio che la nuova Italia, quella Repubblicana, nasce dalla caduta del fascismo alla fine del secondo conflitto mondiale. Non c'è dubbio che questo avviene dopo una guerra civile (o di liberazione se si vuole, ma la è la stessa cosa) che ha diviso il Paese. Lo ha diviso perché 20 anni di regime avevano contribuito a costruire un consenso diffuso tra i cittadini, e non poteva bastare un colpo di spugna per cancellare tutto, anche se il 25 luglio (con la caduta di Mussolini) e l'otto settembre arrivarono dopo anni di guerra e di sofferenze che avevano generato nella popolazione malcontento. È vero che c'era una opposizione che non aveva mai mollato, furono circa 7 mila le persone incarcerate e portate al confino, ancor di più erano scappati o si limitavano a un'opposizione silenziosa. Ma è innegabile che il fascismo aveva radici nel Paese. Che restarono anche dopo il 25 aprile, più o meno nascoste. Il problema è perché mai non sono bastati 63 anni per riunificare il Paese. E qui la prima responsabilità è di quelle forze che furono protagoniste della Resistenza, in particolare del partito comunista che ebbe un ruolo importante nella guerra partigiana, ma che, ancor di più negli anni successivi, tentò di accreditarsi come fosse stato quasi l'unico protagonista. Così date, come il 25 aprile, che dovevano con il tempo diventare il punto di partenza per tutti gli italiani rischiò di essere una festa privata, di una parte che gelosamente ne rivendicava la paternità con la paura costante di evitare contaminazioni. Per anni abbiamo visto cerimonie di commemorazione nel corso del quale per esponenti non comunisti era difficile partecipare. Si è voluto evitare che quella festa fosse di tutti. Non solo, ma la stessa attenta militanza ha evitato con cura qualunque riflessione storica. Sono dovuti passare decenni per conoscere anche i crimini commessi dai vincitori. Così come per una riflessione critica su piazzale Loreto. Ma gli stessi esempi eroici di persone come Perlasca sono state poco celebrate. Il silenzio è stato imposto su vicende tragiche come le foibe. Sui crimini del triangolo rosso. Certamente il vincitore ha sempre ragione, scrive la storia e i perdenti oltre ad avere torto sono sempre i cattivi. Questo, sia ben chiaro, non per giustificare in alcun modo stragi come quelle di Marzabotto. Ma, come è naturale e comprensibile, anche la lotta partigiana, non è stata e non poteva essere rose e fiori e fatta solo di eroismi. Siamo vissuti per decenni così con questa divisione: una parte gelosa custode che non voleva infiltrazione e un'altra esclusa. Non solo, ma negli anni Settanta fu creato anche il cosiddetto arco costituzionale, altro non era che una moderna riedizione del vecchio Cln che escludeva a priori qualunque forza estranea anche se poteva contare sul consenso di milioni di elettori. Inutile dire che a garanti e custodi di questo moderno Cln c'era ancora il Partito Comunista. Quanta convinzione c'era in tutte le forze dell'arco costituzionale? Diciamo non molta, ma differenziarsi voleva dire farsi accusare di fascista. In questo modo, mantenendo una lacerazione si è ostacolata una pacificazione del Paese, si è impedito di fare di alcune date simboliche un patrimonio di tutti. Sono state lasciate aperte le ferite della guerra. Tutti eredi in qualche misura di quei cinque anni drammatici. Anche quanti, e ormai dovrebbero essere la maggioranza dei cittadini, in quegli anni o non erano nati o non avevano l'età della ragione. Oggi che il Pci non c'è più, che il Msi non c'è più, sarebbe ora di mettere la parola fine a questa antica divisione. Forse più di altri potrebbero farlo proprio gli esclusi per tanti anni, che ora sono nella maggioranza e che ricoprono incarichi di governo. Forse solo da quella parte può venire la spinta a chiudere i conti con la storia. L'occasione sono proprio questi anni di governo. E il prossimo appuntamento sarà una data ancor più impegnativa, il 25 aprile del prossimo anno. Una chiusura della polemica necessaria per far crescere il Paese e per poter far studiare ai più giovani nelle scuole anche gli anni che vanno dopo la prima Guerra Mondiale senza il timore di rinfocolare vecchie divisioni. Certo c'è un giudizio storico complessivo che ammette poche discussioni. Il fascismo è una dittatura e come tale non può che essere condannato. La stessa condanna del comunismo. Tutti noi che viviamo questo tempo siamo ormai radicati nella democrazia. È questo passo che ci aspettiamo dalla politica italiana. Perché un paese maturo non può dividersi se qualcuno decide di portare un fiore o di pregare sopra la tomba di un soldato morto dalla parte sbagliata.

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