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De Chirico, quel geniale pittore metafisico che ha segnato la pittura del XX secolo

[...] scrive: «Quando sarà finita questa guerra e si potrà di nuovo viaggiare, credo che molti desidereranno ardentemente (e forse fin d'ora lo sperano) che io, come nel 1925, pigli di nuovo un bel biglietto per Parigi, o per altrove, e mi levi dai piedi. Mi dispiace dare a questi signori la cattiva notizia che, se Dio me lo permetterà, ho deciso di rimanere a lavorare in Italia e forse proprio a Roma. Sissignori: è qui che voglio rimanere a lavorare, a lavorare sempre più, a lavorare sempre meglio, a lavorare per la mia gloria e per la vostra condanna».


Ecco lanciato audacemente dal Pictor Optimus il guanto di sfida all'ostile critica italiana e al disprezzato modernismo, che per lui era la sorgente di ogni aberrante decadenza dell'arte. E quelle parole sono l'emblema più esatto dell'assoluta incomprensione che de Chirico ha sempre trovato in patria, direttamente proporzionale al trionfo e alla gloria riscossi invece dalla sua pittura in Francia, fin da quando, tra la seconda metà degli anni Dieci e l'inizio dei Venti, aveva saputo conquistare e sbalordire personaggi del calibro di Apollinaire, Eluard, Breton.
Lo stesso Renato Guttuso, a due anni dalla scomparsa di de Chirico, nel 1980, aveva polemicamente detto: «Purtroppo l'Italia è stata molto ingiusta verso quest'uomo, non gli ha dato niente, neppure da un punto di vista istituzionale. Ha congiurato contro di lui il provincialismo della critica e della cultura italiana».


Tacciato nel nostro paese di essere un bieco reazionario e un matto che si autoritraeva in costumi bizzarri, de Chirico col tempo ha però sbaragliato questa cieca avversione e oggi viene riconosciuto unanimemente (anche da noi) come una delle personalità artistiche più geniali del XX secolo e forse la più grande in assoluto accanto a Picasso (anche se le sue quotazioni di mercato neppure si avvicinano a quelle dello spagnolo).


Grazie anche agli illuminanti ed anticonformisti contributi critici di Maurizio Calvesi e Maurizio Fagiolo dell'Arco, risalenti già a qualche decennio fa, oggi tutti sembrano essersi accorti che de Chirico - il più visionario creatore di miti ed inquietudini del nostro tempo - ha esaltato nel modo più alto la capacità tutta italiana di rivoluzionare il linguaggio artistico pur restando fedele alla tradizione.


Lo si è visto bene proprio quest'anno, in quella che è stata idealmente la mostra di apertura delle celebrazioni promosse da Paolo Picozza, Presidente della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, per ricordare il trentennale della scomparsa del Pictor Classicus, venuta a cadere il 20 novembre 1978, senza dimenticare il centoventesimo anniversario della sua nascita (10 luglio 1888). Alla Galleria d'Arte Moderna di Palermo si è infatti tenuta fra febbraio e marzo la mostra «Giorgio de Chirico, la metafisica continua», ordinata da Calvesi con la collaborazione di Mario Ursino.


E proprio uno storico dell'arte di grande valore come Ursino curerà l'esposizione-clou delle celebrazioni che si inaugurerà alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma il prossimo 30 ottobre per essere incentrata su un tema fondamentale: «De Chirico e il Museo». A cavallo fra 2008 e 2009 si terrà invece al Palazzo delle Esposizioni, sempre a Roma, una rassegna che sembra paraddossalmente nascere da una chiave di lettura opposta alla precedente perché incentrata su «De Chirico e la natura».


E forse destinata a suscitare tante polemiche. Insomma, il Pictor Optimus sembra avere un solo destino: quello di sorprenderci sempre e comunque, anche se ora, dalle vette dell'amato Olimpo, sicuramente se la ride beffardo e soddisfatto nel vedersi riconosciuto un trionfo internazionale. Perfino in quell'Italietta che lo dileggiava anche quando, ogni giorno, a mezzodì in punto, de Chirico scendeva dal suo magnifico attico in Piazza di Spagna 31 per recarsi al Caffè Greco di Via dei Condotti e gustarsi il suo amato Punt e Mes.

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