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Il freddo Eastwood racconta le bandiere di Iwo Jima senza retorica

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LA foto con i sei militari americani che inalberavano la bandiera a stelle e strisce sull'isolotto giapponese di Iwo Jima il 23 febbraio 1945, dopo un assalto sanguinoso, fa parte ormai della nostra memoria collettiva. Al suo autore, il fotoreporter Joe Rosenthal, fece vincere il premio Pulitzer, finì sui francobolli e sui dollari e servì a Washington come modello per una statua celebrativa dell'evento. Il cinema naturalmente , se n'è occupato: già nel '49 con un film di Allan Dwan, «Iwo Jima deserto di fuoco», in cui, insieme con John Wayne, recitavano tre dei sei eroici militari (i sopravvissuti); poi nel '61, con «Il sesto eroe», di Delbert Mann, sulle vicissitudini di uno dei sei, di origini pellerosse. Ora, con la sua ormai collaudata capacità di dominare il cinema, ci si è messo Clint Eastwood, facendosi guidare da un libro del figlio di uno dei sei, James Bradley, che si era direttamente ispirato nel suo appassionato resoconto, ai ricordi del padre John «Doc» Bradley, l'unico marinaio fra i marines e con funzioni di infermiere. Due momenti. Da una parte, affannosa e terribile, la conquista dell'isolotto che costò agli americani la perdita di ben settemila uomini, dall'altra, il ritorno a casa dei tre superstiti, proclamati non solo eroi nazionali, ma richiesti di faf propaganda presso la gente per l'acquisto di "obbligazioni di guerra" necessarie per sostenere l'ulteriore sforzo bellico degli Stati Uniti. Eastwood, seguendo il libro sulla base della sceneggiatura scritta per lui da William Broyles, Jr. e da Paul Haggis, l'ormai celebre regista di «Crash», si è mosso con grande abilità in entrambi le parti, spesso intrecciandole fra loro quando i combattimenti sopraggiungono a turbare l'inconscio dei tre. Duro, realistico, quasi ossessivo, a tu per tu con una battaglia, combattuta anche dal mare, che si affida a ritmi martellanti e travolgenti. Risentito e anche polemico quando segue i tre, tornati a casa con i loro incubi e i loro problemi privati, catapultati in quella sorta di kermesse per far soldi che, pur organizzata a fin di bene, ha anche i suoi lati negativi. Cui si aggiunge, ripresa dal vero, la curiosa vicenda non di una ma di due bandiere inalberate quel giorno, una prima e una dopo, pur non costituendo un vero e proprio falso storico. Gli interpreti, nessuno molto noto, si impongono, al centro di immagini quasi prive di colore, con una espressività molto incisa; mentre, di fronte a loro, dei giapponesi, con felice trovata di regia, non si vedono quasi mai le facce, ma solo le loro armi in agguato. Quelle facce Eastwood, comunque, si sta accingendo a mostrarcele in un altro film che ha già approntato, «Letters from Iwo Jima», con quel giorno tremendo visto però dai giapponesi.

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