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Il concerto

Riuscito l'azzardo di rifare vecchi motivi

Nel prodigioso concerto di Bologna, davanti ai dodicimila del Palamalaguti, Springsteen ha condotto per mano la Seeger Sessions Band verso un canyon più profondo di quello nel quale si erano avventurati nella scorsa primavera, quando il tour originario debuttò a Dublino, e la scaletta era quasi esclusivamente composta dai brani del cd «We shall overcome». Stavolta invece Bruce ha immerso le mani anche nelle sue perle d'antan, e vi ha intravisto una luce nuova. Stravolte, ripensate, rivisitate, le canzoni di cui tutti conoscevano a memoria la trama e l'ordito sono apparse nuove di zecca, o diabolicamente dotate di mille vite: dall'azzardo di «Atlantic City» alla trasfigurata «The river» in chiave celtica al furore rockabilly di «Open all night». E poi ancora la dolente e maestosa «My city of ruins» (quella che servì da elegia funebre per il post-11 settembre) o l'amore rinfocolato di «If i should fall behind», o la prurigine erotica, da party campestre, di «You can look». Prima, e dopo, i capolavori di matrice «seegeriana»: con il concerto aperto dall'ironia tragica di «John Henry» (il lavoratore che muore di fatica pur di non cedere il posto alla macchina e procede per vie gospel e blues fino a «When the saints go marching in», all'abbacinante coralità di «This light», e all'epigrafe - tra rabbia, gioia ed orgoglio - della nuova «American Land». Ste. Man.

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