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Dylan pubblica il capolavoro «Modern Times» Un viaggio nel deserto della morale americana

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Figuriamoci stanarlo. Agli inizi degli anni Settanta, quando abitava al 94 di Mac Dougal Street, nel Greenwich Village, il famigerato A.J. Weberman andava a frugare nella sua spazzatura per carpirne i segreti. Anzi, aveva organizzato un Fronte di Liberazione Dylan per "salvare" Bob dai cedimenti verso l'establishment capitalista. Il persecutore telefonava alla star provocandola: «Sei diventato così reazionario che mi sorprende come Nixon non ti abbia invitato a cantare per lui». E Dylan: «Sorprende anche me». Rispondeva così, ed era come se evaporasse davanti a tutti: esegeti, nemici, discepoli, detrattori. Una volta qualcuno gli buttò una piccola croce d'argento sul palco: lui se la mise in tasca, e poi avvertì «la mano di Gesù fisicamente su di me, e il mio corpo cominciò a tremare tutto». Ma quel "cristiano rinato" non avrebbe mai mancato di porsi la Domanda, lui ebreo, di fronte al Muro del Pianto. Nessuno lo ha stanato, forse neppure Dio. Così Dylan, a 65 anni suonati, può ancora far sentire la sua voce, gracchiante e sinistra come quella di una civetta nella notte, limpida e tagliente come quella di un profeta riluttante. Sembra essersi appena scrollato di dosso la polvere del Vietnam, e già quella di Baghdad gli si addensa sulle spalle. Nel suo viaggio spirituale in un'America trasfigurata e svuotata di ogni valore ritrova una rabbia mai davvero sopita, e dispensa anatemi criptati contro i nuovi "signori della guerra". Nell'epica "Ain't walking" Dylan canta: «non sto parlando, sto solo camminando, ma darò fuoco al ponte prima che tu possa attraversarlo, perché ho il cuore che brucia e ancora si tormenta, e non ci sarà pietà per te quando ti sarai smarrito». Non fa nomi, ma se la prende con chi «schiaccia gli altri con la ricchezza e il potere, mentre tu in ogni momento di veglia potresti andare in pezzi». Non fa nomi: perché l'invettiva possa valere oggi per Bush come ieri per Johnson, e domani per chissà chi. Questo suo nuovo disco, "Modern Times", il 44mo della sua carriera, lo vede dunque di nuovo in marcia, nella sua peregrinazione interiore. Ma attenzione: Dylan, si diceva, non è un tipico "innocente", un'anima pura come quelle care alla letteratura americana del Novecento: lui è un vendicatore, un portatore di rivelazioni, ma solo per chi sappia leggerle in controluce. Per questo, appare fragile l'analogia con il Chaplin vagabondo dei "Tempi Moderni", cui pure l'album sembra essere in qualche modo ispirato. Dylan si è inoltrato nel deserto morale del Terzo Millennio senza alcun candore, ma con la saggezza ribalda di chi si lascia avvicinare, per poi sparire come un fantasma. È un capolavoro che Bob apre - nel rock'n'roll senza tempo di "Thunder on the mountain" - con una sorta di beffa. Prima dichiara platealmente la sua attrazione per la cantante soul Alicia Keys («L'ho cercata persino in tutto il Tennessee»), poi intona: «Mi sento come se la mia anima stesse cominciando ad espandersi, se guardi nel mio cuore forse capirai, mi hai portato fin qui e ora stai cercando di farmi fuggire, vieni a leggere la scritta sul muro, guarda quel che dice». Nemmeno il tempo di provarci, ed ecco il cambio di tono: «Mi procurerò un esercito, un bel po' di robusti figli di puttana, recluterò i miei soldati negli orfanotrofi»; e più sotto: «Vergognati della tua avidità, per i tuoi piani malvagi», fino all'immagine di «tutte le signore di Washington che arrancano per uscire dalla città, sembra che stia per accadere qualcosa di brutto». «Modern Times» (prodotto dallo stesso Bob sotto lo pseudonimo di Jack Frost, e suonato con la band con cui gira il mondo da anni per la sua «tournée senza fine») chiude idealmente una trilogia iniziata con «Time out of mind» nel '97 e proseguita con «Love and theft», uscito proprio nel giorno in cui l'America e il mondo viravano verso l'orrore: l'11 settembre 2001. Allora, quasi presago delle apocalissi imminenti, Dylan appariva cupo, come già immerso in un chiacchiericcio con l'Ombra. Qui no:

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