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Ritorniamo a Tina Pica Sarà progresso

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LA CRISI DEL GUSTO

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Ed all'amante la gobba dell'amata pare la terza mammella. Ed ancora: non è bello ciò ch'è bello, ma è bello ciò che gusta. In somma, mettètela come vi cale, non v'ha criterio assoluto di giudizio per divisare, una volta per tutte, l'estetico dall'inestetico, l'attraente dal repulsivo, la leccardía dalla ciofega. E quest'impossibilità di giudicare rettamente, in termini oggettivi, non procede dalla fuggevolezza ed elusività delle qualità che pertengono all'oggetto in giudizio, bensí dalla mutevolezza, pluralità e contraddittorietà dei criterî in uso dai giudicanti, che siamo noi medesimi. In altre parole, non possiamo giudicare perché ciò presupporrebbe l'uscita dalla nostra soggettività, dalla nostra relatività, e l'ingresso nel campo dell'oggettività: dove tutto è per ciò che è, e non già per ciò che a noi sembra. Non esiste la bestia né tampoco la bella: esistono due esseri che ieri e altrove erano tali, ma che oggidí e quivi potranno invertirsi di ruolo ai nostri occhî, per tornare in avvenire alla primiera definizione. Dice: ma Ferilli l'ubertosa è poco o punto verisimile che qualcheduno la desii meno di quanto un tempo dal medesimo, o da talaltro, si desiò Tina la Pica. In realtà, è poco probabile, ma non impossibile in virtú del principio sovraccennato. Ugo Spirito, esimio cattedratico di Filosofia teoretica presso l'Ateneo «La Sapienza» (?) di Roma, prima corporativista, deinde marxista, infine ideatore dell'occhiuto «Problematicismo», che negava validità all'una teoria ed all'altra, ed a ogni altra teoria che non fosse la sua, era uso ripetere: «Oggi amo ascoltare e prediligo la "Quinta" di Beethoven, però niente mi fa negare che domani piú non mi garbi, piú allettandomi magari l'umile "Prima"». Gli è che nulla è da escludere in interiore hominis, stante la fragilità, la cecità, l'ambascia, l'errare per l'infinito senza bussola né meta, di costui: il quale essendo parte, o porziuncola, del tutto, non può ergersi e stirare il collo per giudicare il tutto che lo sgnacca, paralizza ed acceca. Inibitaci la verità, non abbiamo neppure la facoltà di dar della bestia, o della vampona, a chicchessía, se non per domestico motteggio, o per zuzzurellona ipotesi, senza la menoma pretesa d'autorevolezza e rigore estetologici. In oltre: le belle sono mobili, come s'afferma notoriamente dal duca di Mantova nel «Rigoletto»; sono caduche di loro beltade, capricciosette come il fumo delle sigarette, meno volte agnolesche che luciferine, all'uopo portatrici d'imbarazzanti fastidî su i maritali cranî, per tacer delle immantinenti metamorfosi in che possono incappare le loro malïe per crudo morbo, o fallato lifting, o trascorsi anni, e specchiarsi d'un tratto discare, rugate, il vólto stridulo, stridulo il seno: da erto a pendulo per inavvertite notti od indaffarati giorni: o d'un baleno, franante la ciclopica diga degli unguenti. Il mostro, all'incontro, ha dalla sua l'imponenza del difforme; la magnanimità dell'ipersviluppo o la squisitezza in gelatina dell'abbozzo; il potere d'infondere il sinistro sospetto e l'angoscia che a questo mondo i conti non tornino: e se non tornano per lui, è capace, anzi, presso che certo, che non torneranno manco per noi, che mostri non siamo, però quasi; e potremmo diventarlo del tutto in un batter d'occhî. Siffatta essendo la ragione per che si suole certificare essere i mostri null'altro che novelle.

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