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Il regista firma la messinscena mozartiana per l'apertura del Teatro dell'Opera di Roma

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Chi è questo duca? Elementare: è un don giovanni. Ma, in verità, chi è Don Giovanni? È un mito al paro d'Achille, Ulisse, Amleto, Faust... Nessuno meglio di Mozart e Da Ponte ce l'hanno spiegato grazie ad un'opera ch'è un capolavoro assoluto della civiltà musicale d'ogni tempo e luogo. E tre sono, a nostro umile avviso, le piú fondate possibilità di «lettura» che a noi s'offrono. O lo si connette alla «Weltanschauung» illuministica del libero pensatore, cioè a dire alla visione del mondo ove l'eroe assurge a simbolo della Ragione dissacratrice ed agisce in bilico tra purificazione e dannazione, come provocatore delle vecchie leggi sociali ed etiche: amico a Diderot, Voltaire e Montesquieu, e non distante dai sensisti inglesi, e da Kant. Oppure, sulla scia delle stratificazioni esistenziali della «Romantik», fissate sovr'a tutti da Hoffmann, Kirkegaard e Baudelaire, se ne delinea il mito satanico del libertino ingorgato in una demonica sensualità e nell'inno ad una carnalità ch'erode e disgrega l'anima insino alla morte, onde anche Beethoven, che di musica era esperto, l'avrebbe in séguito condannato. Oppure lo si tiene agganciato alla dimensione precipuamente ludica dell'opera buffa che trae spunto dalla Commedia dell'Arte e si consolida nel rassicurante benessere e nel sorriso bonario d'ispirazione goldoniana. Non sappiamo ancora come vedremo realizzato Don Giovanni al Teatro dell'Opera di Roma, allorché il 18 gennaio prossimo salirà sul palco per inaugurare la stagione lirica del 2006: celebrato regista Franco Zeffirelli, direttore d'orchestra Hubert Soudant, protagonista del titolo Marco Vinco. Ragioniamo con Zeffirelli intento alla preparazione del tanto arduo quanto malïoso cimento. Non crede che Don Giovanni sia simulacro di funesto pessimismo circa l'inattuabilità dell'armonia tra l'uomo e la Natura sub specie erotica? Non crede che l'angoscia, la smania del nostro eroe per gl'inestinguibili e sempre negati appetiti sessuali valgano la negazione stessa della Natura, la quale fa infelice l'uomo che non può appagarsi d'essa, o addirittura dannato, se mai ne fosse appagato: quasi non fosse dato scampo all'arcana giornata dell'umanità? quasi che destino nostro fosse d'essere sciagurati? «Don Giovanni nasce coll'uomo. L'uomo che sfida gli Dei, anzi, che ne contesta il potere di vita e di morte. L'uomo che trasgredisce non tanto per il piacere di trasgredire - nel nostro caso umiliando e schernendo le donne - quanto per violare il rapporto di subordinazione che lo lega indissolubilmente alla divinità. Don Giovanni è una sorta di superuomo nicciano, che aspira ad alienare il potere trascendentale del Creatore. Il quale lo invita a pentirsi prima che gli cada sulla testa l'eterna dannazione: indarno. Meglio la dannazione, lo smacco, la sconfitta, lo sprofondamento negl'inferi, che una cachettica resa metafisica». Non è forse anche questione d'irridere al perbenismo morale, in specie alla morale religiosa, che pone salvifici limiti ad una prassi copulatoria ad libitum, disfrenata quant'altre mai? «Non v'ha dubbio. Il Nostro è un Pannella d'antan, un utopista radicale; un Che Guevara delle mene della carne; un iperbolico e donchisciottesco turista nel Paese della Lussuria... S'è da taluno avanzata un'ipotesi: la ragione per cui Don Giovanni insegue e seduce incontinentemente le gonnelle d'ogni risma - sian rubizze forosette o languide Frauen - senza mai contentàrsene, risiede nel fatto che la sua ricerca sarebbe diretta in realtà ad una meta fittizia: il vero, intimo, inconfessato suo scopo sarebbe l'amore omosessuale, essendone riprova la défaillance in che ogni sua etero «sveltina», ahilui!, incappa. «Ad esser schietto, non mi sento granché incline a codesta ipotesi interpretativa, ancorché suggestiva. Se cosí fosse, Don Giovanni potrebbe senza alzar paglia aggranfiare Masetto, ch'è giovine e bello, ed anche tosto. Invece non gliene cale un fico secco. N

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