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di ENZO DI NUOSCIO NON è certamente un caso che quando scrive «L'origine delle specie» Charles ...

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Lyell, ma anche la «Ricchezza delle nazioni» di Adam Smith. Se è infatti indubbio che con Darwin arriva a compimento un evoluzionismo che, da Lyell a Lamark, da Spencer a Wallace, si andava radicando nelle scienze fisiche e biologiche, e che giunge a Darwin anche per tradizione familiare, attraverso il nonno Erasmus, è altrettanto indubbio che quasi un secolo prima di Darwin esisteva una consolidata tradizione di evoluzionismo sociale, che trovava la migliore espressione nel Mandeville della «Favola delle api» e nella «Scuola scozzese» di Smith, Ferguson, Hume. In questo evoluzionismo sociale pre-darwiniano troviamo già delineati i tratti essenziali di quell'«individualismo evolutivo» che, da Menger ad Hayek e da Weber a Boudon, ha rappresentato il fior fiore delle scienze sociali dell'Otto e Novecento e che, soprattutto in Spencer ed Hayek, si è sviluppato in stretto riferimento all'evoluzione biologica. Proprio al confronto tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale è dedicato il convegno sul tema «Evoluzione e evoluzionismi nelle scienze umane e nelle scienze naturali», che si terrà l'8 e 9 maggio presso l'Università del Molise, a cui partecipano biologi, fisici, filosofi, sociologi ed economisti, tra i quali spicca la presenza di Raymond Boudon, tra i più accreditati sociologi viventi. Il tema non è certamente nuovo, ma la rinnovata attenzione per i modelli evolutivi nelle scienze sociali, anche al di là della prospettiva sociobiologica, fanno di questo convegno un appuntamento di notevole interesse. Il dispositivo mutazioni/selezione, nella sua versione lamarkiana o (neo) darwiniana, ha esercitato un certo fascino anche nelle scienze sociali, per le quali esso, più che utile, si rivela irrinunciabile. Solo da una prospettiva evolutiva si può infatti risolvere quello che è stato forse il più assillante rebus per gli scienziati sociali: come è stato possibile che individui dotati di capacità conoscitive così limitate abbiano prodotto grandi fenomeni sociali, per la cui genesi è necessaria una conoscenza che va ben al di là di quella di un singolo o di un gruppo? Queste istituzioni (linguaggio, mercato, moneta, stato, e l'ordine sociale nel suo complesso), si sono evolute spontaneamente, senza un disegno prestabilito, grazie agli esiti non intenzionali di azioni individuali. Si sono cioè affermate regole di condotta che hanno tenuto conto di un numero di circostanze e di conoscenze enormemente superiore di quello che può considerare un singolo o di un intero parlamento. È stato questo il «segreto» della superata selezione di molte istituzioni sociali. L'evoluzione sociale è un processo di adattamento all'ignoto avente una natura squisitamente conoscitiva, che procede per tentativi ed eliminazione degli errori, sulla base della capacità di «problem solving» delle mutazioni sociali. Un processo senza fine e senza un fine prestabilito e ineluttabile, poiché, come hanno evidenziato Popper e Boudon, l'impossibilità di prevedere lo sviluppo della conoscenza umana e la necessaria emergenza di conseguenze inintenzionali prodotte dalle azioni dei singoli individui, rappresentano due insopprimibili fonti di imprevedibilità nelle vicende umane.

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