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di MARIO BERNARDI GUARDI «IL GAROFANO rosso» di Elio Vittorini vale soprattutto per il suo contenuto, ...

Anche se capace di illustrare ambienti, disegnare profili psicologici, cogliere atmosfere. A nostro avviso, però, la «verità» del romanzo sta anche nel suo fervido sapore di «officina». La scrittura, sviluppandosi con fatica e quasi con pena, accompagna il travaglio di crescita del protagonista. Il registro espressivo, con quel che presenta di irrisolto, comunica le inquietudini del protagonista: Alessio Mainardi, studente liceale. La storia è ambientata ai tempi del delitto Matteotti. Alessio è un convinto fascista, come l'amico Torquato Masseo. Ma che genere di fascisti? Sovversivi in camicia nera. Antiborghesi e rivoluzionari, hanno come icone Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, uccisi nel '19 da alcuni ufficiali durante l'insurrezione spartachista berlinese. Per Alessio e Torquato, la Marcia su Roma «non è stata una marcia di industriali» e il fascismo «deve essere qualcosa di più e di meglio del comunismo e non qualcosa di meno del liberalismo».
Gli occhi dei due ragazzi sono quelli di Elio e di tutta la covata del «fascismo di sinistra»: una generazione di intellettuali estremisti, che attraversa tutto il regime. Soprattutto in Toscana c'è una gran voglia di mescolare il rosso e il nero: il Malaparte della «Conquista dello Stato», il Maccari del «Selvaggio», il Berto Ricci dell'«Universale», l'Alessandro Pavolini del «Bargello» - il pugnace organo della federazione fascista fiorentina - sono, quanto a voglia di rivoluzione, sulla stessa lunghezza d'onda dello scrittore siciliano. Il quale nel «Garofano» evoca immagini e sentimenti della sua adolescenza, ma lo scrive e lo pubblica proprio nella Firenze dei fascisti «arrabbiati», dove si è trasferito nel 1930. Il romanzo esce a puntate sulle pagine di «Solaria» tra il 1933 e il 1934. La censura del Regime lo guarda con sospetto; il numero del marzo-aprile 1934 in cui appare la sesta puntata è sequestrato. L'opera sarà pubblicata in volume soltanto nel 1948, quando Vittorini, consumato negli anni della guerra il suo rapporto col fascismo, è diventato un comunista «sui generis»: ha litigato con Togliatti sul ruolo degli intellettuali e si è chiusa così la battagliera stagione del «Politecnico», rivista che non voleva «suonare i pifferi della rivoluzione», fosse pure quella marxista.
Ma torniamo al sequestro del «Garofano»: da che cosa fu determinato? Lo scandalo politico? Certo, il suo peso lo ebbe: perché se è vero che la «fronda» del «fascismo di sinistra» si faceva sentire, è anche vero che fioccavano interventi dall'alto perché il Regime doveva difendere l'ordine contro certe intemperanze radicali e sovversive, sia pure in camicia nera, che impaurivano i borghesi. Ma ad essere scandalizzata fu soprattutto la «morale» del lettore medio. Perché il sedicenne Alessio prima vive un turbinoso innamoramento per una ragazza poco più grande di lui (lei lo ha fatto sognare mandandogli un garofano rosso in una busta, ma appare ben presto inafferrabile) poi, però, si affranca da questo vagheggiamento romantico, diventando uomo - nella piena esplosione dei sensi - tra le braccia della prostituta Zobeida. Una «peccatrice», certo, ma anche una donna. Che confessa al ragazzo la propria trepidazione, perché, attraverso lui,ha riscoperto l'amore. «Eresia» della politica ed «eresia» dell'amore, dunque, nel «Garofano»: un doppio sogno, un doppio scandalo.

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