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di ONORATO BUCCI IL PROF.

Ha fondato e dirige il laboratoirio di Assiriologia con vari progetti in corso. Nesuno meglio di lui conosce il Museo di Baghdad, che ha subito nei giorni scorsi l'inaudito assalto delle bande irachene.
«Altro che se lo conosco, quel Museo - dice Saporetti - Ci ho lavorato per anni. In certi momenti era come se fosse casa mia. Ed è strazziante venire a sapere ora che casa mia è saccheggieta. Qui è nata la città, qui è stata inventata la scrittura, qui sono state prodotte opere d'arte uniche, patrimonio di tutta l'umanità».
Già, le opere d'arte. Mi sai fare qualche esempio?
«Il vaso rituale di Uruk, la testa bronzea cosiddetta di Sargon, la Dama di Warka, l'elmo d'oro, il pugnale ed i gioielli del tesoro di Ur, i pezzi d'avorio che ornavano mobili e troni, i monili della principessa assira, le statue di Eshnunna con i loro occhi spalancati verso un mondo ultraterreno, le enormi lastre assire che coprono intere pareti, e via dicendo e via dicendo all'infinito ».
Ci sono anche documenti?
«Anche qui infiniti. Ci sono documenti di civiltà: vasi, pesi, sigilli, oggetti d'uso dell'epoca, fondamentali per sapere come vivevano. Ma anche documenti ugualmente fondamentali per sapere come la pensavano, e come si chiamavano, cosa si dicevano, come comunicavano: documenti scritti».
Che ricordi hai del Museo?
«Tanti. Mi ricordo di quando lavoravo in locali interrati, con i sacri testi affidati alle mie mani, in una stanza in cui dovevo infilare l'estremità del filo della lampada, privo di spina, nei buchi della presa; intorno svolazzavano fogli e fogli abbandonati, e sembrava una scena di palazzo presidenziale abbandonato da un tirannello mesoamericano in fuga. Invece serpeggiava un clima di tensione e timore, perché pareva che gli Iraniani avessero sfondato il fronte a pochi chilometri di distanza».
Altri ricordi, magari un po' migliori?
«I momenti bellissimi passati in altri locali, più accoglienti, con i miei studenti. Gli archeologi del Centro Scavi di Torino avevano trovato in una località, posta tra il Gebel Hamrin ed i monti Zagros, vari testi del periodo cosiddetto paleobabilonese, e mi avevano affidato la decifrazione. Al museo di Baghdad questi testi sono divenuti oggetto di studio in una specie di "scuola pratica" in cui ho coinvolto i miei collaboratori».
Com'era il Museo quest'ultima volta che sei stato sul posto?
«La guerra del Golfo ha influito anche sul Museo, oltre che su quella povera popolazione. Prima della guerra il Museo era in espansione. Ricordo la splendida nuova sala degli avori. Intere classi di scolari e studenti affollavano le sale, si soffermavano davanti alle tabelle ed alle carte, si accalcavano intorno ai reperti. Ferveva il tentativo dei docenti che cercavano di suscitare l'interesse anche per la loro storia più remota. Dopo la guerra il museo (fortunatamente) si è svuotato. L'ultima volta che vi sono entrato, circa un anno fa, non c'era nessuno. La maggior parte dei pezzi era stata trasferita nei sotterranei di una Banca».

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