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Parla Egea Haffner: "Non voglio essere strumentalizzata, rifiuto il riconoscimento"

A Bassano la sinistra se ne va per non votare la cittadinanza a una sopravvissuta alle foibe

Parla Egea Haffner: "Non voglio essere strumentalizzata, rifiuto il riconoscimento"

Oggi ha 78 anni, e vive a Rovereto col marito ingegnere. Ma la storia di Egea Haffner è una come quella di altri 350mila italiani che Tito e gli esiti della Seconda Guerra mondiale trasformarono in esuli, in profughi dalle terre giuliane, istriane e dalmate. E così la piccola Egea fu costretta a lasciare la sua terra natia a 5 anni, a causa di una triste vicenda in cui era stato coinvolto il padre di cui non s’è saputo più nulla.
Signora Haffner, come ha accolto la notizia della cittadinanza onoraria di Bassano del Grappa?
«Certamente sono onorata di questa iniziativa, ma nessuno mi ha prima avvisato e ho saputo il tutto qualche ora fa. Tuttavia, non ho alcuna intenzione di accettarla. Io ho già ricevuto dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, la "medaglia commemorativa del Sacrificio offerto alla Patria" conferita a mio padre, Kurt Haffner, e mi basta. Adesso non voglio essere strumentalizzata dalla politica».
Come si spiega questo rinato interesse nei suoi confronti?
«Non si può non vedere in tutto ciò una certa strumentalizzazione politica. D’altronde, vedere consigli comunali che si scontrano su relative mozioni, prima presentate, poi ritirate, non può che avvalorare la tesi. Da quanto mi risulta, inopinatamente, in questi giorni diverse amministrazioni comunali hanno dato vita a simili iniziative nei miei confronti. Una serie di mozioni a cui è stato abbinato il mio nome a quello della senatrice Segre, per un riconoscimento di cittadinanza onoraria. Se qualcuno l’ha fatto ha sbagliato e quando ne verrò a conoscenza, scriverò un "no grazie"».
Essere «associata» alla senatrice Segre…?
«Sono due storie diverse che devono essere ricordate separatamente se si vuole in qualche modo conciliarle. Nel momento invece in cui vengono contrapposte le persone che ne sono il simbolo - e in questo caso io, mio malgrado, per quella celeberrima mia foto da piccola con la valigia in mano in partenza da Pola - per una lotta politica, si genera confusione e si rischia di essere irrispettosi nei confronti degli stessi protagonisti».
Cosa dice ai giovani?
«È un dovere informare le nuove generazioni di quello che è il passato. Io ho portato diverse testimonianze nelle scuole, fino a pochi anni fa nessuno ne parlava. Una delle prime grandi iniziative è stata quella del direttore del Museo Storico della Guerra di Rovereto, che grazie alla sua sensibilità nel 1997 organizzò la mostra "Istria: i volti dell’esodo". Per la sua realizzazione, furono raccolti cimeli e foto di quelle tragiche giornate. E a simboleggiare l’evento quella foto di una bimba dai capelli a boccoli, l’Esule giuliana 30001 e che sono io».

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