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"L'ho ridotta un vegetale. Non vivo più"

Parla Maurizio Falcioni condannato a 20 anni per le botte a Chiara Insidioso: «Diedi qualche schiaffo ma non sono un mostro" LEGGI ANCHE "Per quello che ha fatto a mia figlia non lo perdonerò mai"

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«Non volevo. Lo giuro, non volevo ridurre Chiara in quello stato. Quel giorno abbiamo litigato più violentemente del solito. L'ho spinta, qualche schiaffo di troppo è volato, è vero. Ma non pensavo di farle tanto male. Non so cosa mi sia preso, non ho controllato la mia forza». Gli occhi sgranati e quasi infossati in un viso scavato, Maurizio Falcioni parla per la prima volta a Il Tempo dalla casa circondariale di Velletri. Dovrà restarci venti anni, salvo modifiche della sentenza o sconti di pena in appello, per aver massacrato e ridotto ad uno stato di «minima coscienza» quella che era la sua fidanzata, Chiara Insidioso Monda. Il 3 febbraio 2013, quando Maurizio Falcioni l'ha picchiata, aveva 19 anni. Scampata miracolosamente alla morte dopo quattro mesi in coma e altri sei in subintensiva all'ospedale San Camillo, oggi la ragazza di Casal Bernocchi vive di conquiste continue al Santa Lucia, tra un sospiro emesso che sembra una mezza parola ed un dito alzato che a tratti significa sì, altri no. Il suo fidanzato, 15 anni più grande di lei, l'ha colpita più volte alla testa, sotto effetto di cocaina e cannabinoidi, con scarpe antinfortunistica quando era già a terra. Oggi sconta la sua pena e chiede perdono.     È stato condannato a venti anni di reclusione i giudici la considerano responsabile di un fatto terribile è pentito? «Mi dispiace per quello che ho fatto. Non volevo. Le conseguenze delle nostre azioni non le conosciamo neanche noi al momento. Ci sorprendono, ci schiacciano. La mia vita è finita quel giorno. Il carcere è il mio inferno in terra e non passa un solo minuto in cui quella scena non mi passi per la testa».     Quella del pestaggio. ma perchè infierire in quel modo su una ragazza appena 19enne? «Avevo perso la testa, colpa della gelosia. Lei si sentiva con un altro su facebook, io temevo mi avesse tradito. Non c'ho visto più».     Quindi ha alzato le mani. «Le ho dato una spinta. Lei ha sbattuto addosso al muro ed è caduta faccia a terra. Lì l'ho colpita un'altra volta. Sì, insomma, forse più di una».     A Seguito di una perizia psichiatrica è stato riconosciuto capace di intendere e di volere. eppure, quando è stato refertato, quello stesso giorno di tre anni fa, risultava positivo alla cocaina e ai cannabinoidi. «Io non ero in me, quanto meno in quel momento. Ho ricordi sfocati, come lampi, di quel giorno. Vorrei dimostrare all'autorità giudiziaria proprio questo: non posso essere giudicato per un'azione compiuta in uno stato di quasi incoscienza».     I vicini di casa hanno raccontato di aver sentito delle urla, di averla vista lanciare un televisore dalla finestra. Stavamo litigando, è normale alzare la voce o perdere la calma in situazioni simili.     Era successo altre volte? «No, non l'ho mai picchiata prima. Io le volevo bene».     Presto l'appello. cosa si aspetta? «Una riduzione della pena. Vorrei che i giudici riconsiderassero i fatti anche dal mio punto di vista».     E cioè? «È stato un raptus. Ho sbagliato, me ne rendo conto. Non farei mai più una cosa simile. Io a Chiara volevo bene, quel giorno non ero in me».     Le amiche e i genitori di chiara hanno raccontato che lei la faceva vivere da rinchiusa, controllando perfino le chiamate che riceveva. è così? «Sono geloso, come molti altri uomini. Ci tenevo, la amavo. Temevo che, essendo più piccola, potesse lasciarmi. L'idea mi terrorizzava».     Il padre di Chiara, Maurizio insidioso, ha spesso raccontato in televisione la sua sofferenza. c'è qualcosa che vorrebbe dirgli? «Vorrei stringergli la mano, abbracciarlo, dirgli che non sono un mostro».     Chiara, come sta in questo momento, ci pensa mai? «Sempre, certo. I sensi di colpa e il rimpianto sono la pena più pesante da scontare e dalla quale non potrà mai liberarmi nessuno. Le sono vicino con tutto il cuore. Ho sbagliato, ma non volevo. Dovete credermi, non volevo». «Cercheremo in appello di avere una diversa valutazione dei fatti - spiega l'avvocato difensore Giacomo Marini -. Il mio assistito ha agito senza immaginare le conseguenze. È stata una disgrazia. Il mio cliente è cambiato, ha capito. Negli sei mesi in cui l'ho seguito ho notato una sua maturazione. Sta facendo il proprio percorso di redenzione in carcere, così come deciso in prima udienza. Il suo comportamento è assolutamente corretto e tranquillo, in direzione di un miglioramento che noi tutti ci aspettiamo e auspichiamo».

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