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Autovelox e intercettazioni sparite L’ennesima follia sulla «Trattativa»

Enrico Tagliaferro Nelle cose giudiziarie di Cosa nostra che s’intrecciano con la politica e le istituzioni ai più alti livelli spuntano sempre più spesso supertestimoni così e così. È capitato per...

Nelle cose giudiziarie di Cosa nostra che s’intrecciano con la politica e le istituzioni ai più alti livelli spuntano sempre più spesso supertestimoni così e così. È capitato per il tristemente noto Massimo Ciancimimo, è successo con, l’ex ufficiale Michele Riccio, e ora molti dubbi aleggiano intorno alla storia - sempre palerminatana - di un altro sottufficiale dei carabinieri, Saverio Masi, citato ampiamente nelle clamorose motivazioni che hanno assolto l’ex generale del Ros Mario Mori e che stanno terremotando le già fragili fondamenta investigative collegate all’indimostrata, presunta, trattativa Stato-Mafia. Questo Masi che con le sue dichiarazioni ha riaperto un’altra fetta dell’immenso polpettone sulla «trattativa», compare per la prima volta nel 2008 per via di un contenzioso interno nato da una multa di 106 euro per un autovelox alla sua auto privata. Correva, si difenderà Masi, per andare a un «incontro con un informatore». Masi sarà poi incriminato e processato per avere, secondo l’accusa, falsificato un atto per farsi annullare il verbale (prenderà 8 mesi in primo grado, pena ridotta di 2 mesi in appello). Questo contenzioso costerà a Masi l’allontanamento dal Nucleo Investigativo dei carabinieri e il passaggio, nel 2008, al Nucleo scorte di Palermo dove finirà a far da angelo custode al pm Nino Di Matteo, titolare del processo Mori, lo stesso dove lui - Masi - è oggi testimone d’accusa. Ed è proprio in questa sua triplice «atipica» veste di imputato innanzi alla Corte d’Appello, capo scorta del Pm della trattativa e testimone dello stesso scortato, che a distanza di 8-9 anni Masi decide di denunciare i suoi superiori sostenendo di esser stato ostacolato mentre era pronto a snidare i superlatitanti di «Cosa Nostra». In sintesi Masi racconta: 1) che nel 2005, durante una perquisizione in casa del Ciancimino, i carabinieri avrebbero trovato il «papello» di Riina (con le richieste della mafia allo Stato), ma su ordine del suo comando, lo avrebbero lasciato al suo posto anzichè sequestrarlo; 2) che in quel periodo gli sarebbe stato impedito di indagare per individuare il latitante Provenzano; 3) che sarebbe stato ostacolato anche nella cattura di un altro superlatitante, Matteo Messina Denaro. Dichiarazioni tutte riversate nel processo Mori, conclusosi con l’assoluzione del generale. Dichiarazioni che però Masi dovrà ripetere al processo-monstre sulla Trattativa, quello dove testimonierà il presidente Napolitano. Il capitolo del «papello» non ha convinto i giudici della IV sezione del tribunale di Palermo che hanno assolto Mori perché l’interessato riferisce cose apprese «de relato» dal capitano (oggi maggiore) Antonello Angeli, autore della perquisizione, che gli avrebbe confidato questa storia nel 2006. Angeli avrebbe trovato il «papello» in casa Ciancimino ma il suo superiore, il bravissimo colonnello Giammarco Sottili, gli avrebbe ordinato di non sequestrarlo, ma di fotocopiarlo lasciandolo dov’era. Angeli avrebbe eseguito l’ordine. Appresa la confidenza da Angeli, Masi racconta di essersi recato dal giornalista Lodato dell’Unità, nel tentativo di organizzare un incontro tra il giornalista e il maggiore Angeli che gli avrebbe passato «notizie di importanza molto superiore». Ma Lodato con un sms declinò l’invito, e a nulla valse l’insistenza di Masi, secondo cui Lodato gli avrebbe riferito di una contrarietà del direttore e consigliato di rivolgersi a Repubblica. Questo il racconto di Masi. Peccato che Lodato non confermi, e che l’appuntato Lecca (che con il cpaitano Angeli perquisì casa Ciancimino) dica altro. Lodato nega che Masi gli abbia parlato di un collega con cui farlo incontrare. Smentisce seccato di aver mai fatto riferimento al suo direttore. Semplicemente, spiega, «non ero in condizione di proporre una cosa che era molto vaga e molto fumosa e, a mio insindacabile giudizio, decisi che non era materia su cui scrivere». Punto. L’appuntato Lecca ammette di esser stato incaricato di fotocopiare 200 documenti di quella perquisizione, ma non rammenta nel modo più assoluto alcun «papello». Di più. Queste carte – duplicate in copisteria - erano state depositate proprio sulla scrivania del capitano Angeli, in caserma, dove altri colleghi stavano repertando il materiale sequestrato. Incongruenze e smentite che porteranno i giudici, nella sentenza «Mori», ad osservare che «si può conclusivamente osservare che gli elementi raccolti, valutati nel loro complesso, non consentono di conferire al racconto, solo indiretto, del maresciallo Masi sufficiente attendibilità». E il capitano Angeli che dice? Posto che la pubblica accusa non aveva ritenuto di convocarlo in Tribunale, due anni dopo le rivelazioni di Masi si è avvalso della facoltà di non rispondere. Dal canto suo il colonnello Gianmarco Sottili replicherà durissimo a Masi rispedendo le accuse al mittente e ricordando che «mentre Masi (a suo dire) incontrava il suo preteso Matteo Messina Denaro e si nascondeva "sotto una siepe" per non essere visto ed il suo collega (tal Salvatore Fiducia – ndr) a volto coperto (sempre a suo dire), cercando il covo di Provenzano si imbatteva in un uomo armato e se la dava a gambe, io e i miei collaboratori, che non hanno mai avuto paura né di latitanti né di fucili, sotto la direzione di una Dda efficientissima abbiamo smantellato un formidabile sistema informativo creato per coprire la latitanza di Bernardo Provenzano (il pm dell’operazione «talpe in procura» dirà che solo grazie agli arresti del pool di Sottili l’indagini su Provenzano ha dato i frutti migliori per la cattura). C’è di più. Anche i giudici della sentenza Mori rilevano che «i fatti ed i comportamenti addotti dal colonnello Sottili erano pienamente verificabili da parte dei pm titolari del presente processo, che, così come hanno fatto per svariati altri temi, avrebbero potuto promuovere una rapida piuttosto agevole attività integrativa di indagine, che avrebbe consentito di convalidare o smentire gran parte delle argomentazioni di Sottili. Sennonché, ricevuta la ferma ed articolata smentita del predetto, gli stessi pm sembrano essersene disinteressati». Chissà perché. E qui la storia si fa più interessante perchè Sottili - nelle sue note - punzecchia sia Masi e Angeli. A quest’ultimo ricorda che stato contestato tra l’altro che il 2 giugno 2005 il procuratore aggiunto del procedimento a carico di Massimo Ciancimino e del suo tributarista Giovanni Lapis lamentava che dall’esame dei brogliacci delle intercettazioni telefoniche condotte dalla 1 Sezione dei carabinieri di Palermo «emergevano delle importanti conversazioni di Massimo Ciancimino relative a proprietà immobiliari, titolarità di c/c, rapporti d'affari di rilevante valore economico di cui non erano mai state effettuate trascrizioni. In particolare il magistrato lamentava che fossero sfuggite conversazioni circa la titolarità di alcuni depositi bancari che sarebbero stati di Vito Ciancimino, la proprietà di un appartamento a New York e l'acquisto di una barca per un valore di circa 700.000 euro». In pratica, ribadisce Sottili «risultava che il capitano Angeli non aveva disposto la trascrizione di numerose telefonate che, da parte dei militari preposti all'ascolto, erano state segnalate come conversazioni di interesse e rilievo». E infine: «Nel mese di marzo veniva rinvenuto su una scrivania negli uffici della prima sezione un importante documento, presumibilmente acquisito durante una perquisizione locale avvenuta giorni prima capeggiata personalmente dal capitano Angeli, di cui non era traccia nel verbale di sequestro e nessun militare ricordava dove fosse stato rinvenuto (la grave lacuna veniva sanata con una tardiva trasmissione ai magistrati che commentava non certo favorevolmente l'accaduto)». Che strano destino. Uno parte alla caccia di fantomatici «papelli» scomparsi per volontà superiori eppoi si ritrova a che fare con carte vere, autentiche, sequestrate e scomparse che non vengono girate ai magistrati e telefonate importantissime di Ciancimino jr, il superpentito dei pm Ingroia e Di Matteo, che fanno la stessa fine. Curioso no?

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