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LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Le donne divorziate non sono tutte uguali

Le donne divorziate non sono tutte uguali

Lisa Lowenstein, la donna che nel 2008 ha divorziato dall'ex ministro dell'Economia Vittorio Grilli ed è protagonista in questi giorni delle cronache per la sentenza della Cassazione sulla sua causa di separazione, non è la migliore testimonial possibile per l'universo femminile.

Sì, perché definire discriminatorio l'aver ricevuto dal 2008 dal marito un assegno di mantenimento di "soli" 500 mila euro è perlomeno paradossale. Quella cifra, tanto per fare due conti, è quanto si porta a casa in ben vent'anni un lavoratore che, per dire, guadagna duemila euro al mese.

A scorrere i commenti dei lettori sotto l'intervista alla donna pubblicata sul sito di "Repubblica", infatti, si comprende come l'ex signora Grilli abbia ottenuto l'effetto contrario a quello desiderato: sperava di raccogliere compassione, ha collezionato solo disprezzo.

Ma Lisa Lowenstein non è una donna "comune". Non è stata "comune" la sua vita, non era un uomo "comune" suo marito. Non sarebbe giusto, insomma, prendere la sua storia come metro per giudicare la correttezza della sentenza della Cassazione che cambia la giurisprudenza sugli assegni di mantenimento post divorzio, i cosiddetti alimenti. Prima bisognava garantire lo stesso tenore di vita al coniuge economicamente "debole", adesso invece a quest'ultimo è negato il sostegno qualora sia teoricamente in grado di provvedere a se stesso.

Ho usato un generico maschile, ma è risaputo che il problema riguarda soprattutto le donne. E già questo ci dice quanto la parità tra i sessi - e tra le loro retribuzioni - sia ancora ben lungi dall'essere raggiunta.

Come che sia, la sentenza è stata accolta dalla maggior parte dei commentatori come un grande atto di civiltà. "Il matrimonio non va considerato una sistemazione definitiva" hanno spiegato i giudici. "Alle mie assistite dico sempre di non rinunciare al lavoro" ha sottolineato l'avvocato Giulia Bongiorno. Non è mancato, ovviamente, il senso di rivalsa di quegli ex mariti che, magari, per garantire l'assegno alle ex mogli, si sono ridotti a vivere in povertà.

Personalmente, sono d'accordo con chi ha gioito: in un mondo perfetto la decisione della Cassazione sarebbe sacrosanta. Tuttavia, mi chiedo: viviamo davvero in un mondo perfetto?

Vediamo. Stando ai dati diffusi da Save the Children solo ieri, l'Italia si colloca alla ventisettesima posizione nell'Unione Europea, davanti alla sola Grecia, per quanto riguarda l'occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni. A livello mondiale, gli indicatori relativi al mercato del lavoro e alle opportunità economiche per le donne ci vedono crollare al 117° posto. In Italia, le donne tra i 25 e i 49 anni sono occupate per il 57,9% contro il 77,9% di uomini della stessa età.

Al di là delle cifre statistiche, per ognuno di noi parla l'esperienza personale. In quante occasioni a noi uomini è capitato di essere preferiti a colleghe donne quando si è trattato di assegnare una posizione, magari solo perché una lavoratrice porta con sè l'eventualità della maternità? A me è capitato. Come è capitato di conoscere donne a cui un lavoro è stato concesso solo a patto che nei successivi due-tre anni non avrebbero messo in cantiere alcuna gravidanza. Per non parlare, infine, della disgustosa pratica delle dimissioni in bianco.

Esistono, forse, donne che sposandosi hanno ritenuto di essersi sistemate per sempre e per questo motivo hanno smesso finanche di cercarlo, un lavoro, con o senza figli. Ma ce ne sono sicuramente altrettante che, pur di mettere su famiglia, dal mondo del lavoro sono state estromesse forzatamente. O magari hanno fatto delle dolorose rinunce perché a chiederglielo è stato il marito, che aveva un'occupazione più stabile o uno stipendio più alto.

Non è delle Lisa Lowenstein che mi preoccupo quando penso ai potenziali effetti negativi della sentenza della Cassazione. Mi preoccupo delle tante ragazze e donne anonime che, in futuro, per paura di rimanere in mezzo a una strada, decideranno di non avere figli.

Ecco, è giusto imporre a queste donne i doveri che dovrebbero avere in un mondo perfetto. Ma sarebbe altrettanto giusto dar loro anche i diritti, di un mondo perfetto.

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