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John Lennon e Imagine, 50 anni del mito ispirato da Yoko Ono

Carlo Antini
Carlo Antini

Testo e musica le coordinate. Nato in Puglia vivo a Roma dalla scuola materna. La laurea in Scienze della Comunicazione a «La Sapienza» e la passione per il giornalismo mi hanno portato a «Il Tempo»

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«Imagine è Workin Class Hero con lo zucchero sopra per i conservatori come te!». Lennon scoccò la frecciatina in una lettera aperta indirizzata all’ex sodale Paul McCartney. Aveva il dente avvelenato con chi non comprendeva a pieno il significato del brano. E arrivò perfino a rincarare la dose: «È una canzone anti-religiosa, anti-nazionalistica, anti-convenzionale, anti-capitalista ma siccome è coperta di zucchero viene accettata da tutti. Adesso capisco come bisogna fare. Dare i propri messaggi politici insieme a un po’ di miele». E chi meglio di lui che era pedinato dall’Fbi per i sospetti di sovversione durante il soggiorno newyorkese. E non solo.

In questi giorni «Imagine» compie 50 anni. Lennon la registrò dal 23 al 27 maggio 1971 agli Ascot Sound Studios, nella casa di Tittenhurst Park, nella campagna inglese del Berkshire. Solo la sovraincisione degli archi venne registrata a luglio al Record Plant di New York. A parte le dispute legali con McCartney, all’epoca i Beatles erano già un lontano ricordo. Le sedute di registrazione rilassate e informali iniziarono a mattina inoltrata e proseguirono fino all'ora di cena. In studio c’erano anche Alan White alla batteria e Klaus Voorman al basso. Yoko Ono e Phil Spector erano i produttori: «Sapevamo cosa stavamo per fare - disse una volta Spector - John avrebbe fatto una dichiarazione politica forte ma anche molto commerciale. Ho sempre pensato che “Imagine” fosse come l’inno nazionale». E proprio a Spector si deve l’effetto riverbero sulla voce di Lennon, quel suono ravvicinato diventato uno dei suoi marchi di fabbrica. Furono incise tre take e la seconda venne scelta per la pubblicazione come singolo l’11 ottobre ’71.

«Imagine» è diventata un classico anche grazie al suo video in cui John e Yoko Ono sono vestiti di bianco e si muovono nella White Room di Tittenhurst Park. Nella prima scena, la coppia cammina nel parco avvolta nella nebbia. Sulla soglia di casa si sentono gli accordi del pianoforte e sopra la porta è inquadrato il cartello: «This Is Not Here», titolo della mostra che Yoko aveva allestito a New York. La citazione non è casuale, visto che le poesie della Ono ispirarono Lennon nella stesura del testo. In particolare quella riprodotta sul retro di copertina dell’album e intitolata «Cloud Piece»: «Imagine the clouds dripping, dig a hole in your garden to put them in» («Immagina le nuvole gocciolanti, scava un buco nel tuo giardino per raccoglierle»). Solo poco tempo prima della morte, Lennon riconobbe il contributo di Yoko quale ispiratrice del brano, ammettendo che all’epoca non si era sentito così maturo da inserirla tra gli autori ufficiali. A farlo ci avrebbe pensato la National Music Publishers Association che nel 2017 la riconobbe co-autrice. «Imagine è solo quello in cui John credeva - commentò Ono - Che siamo tutti un paese solo, un mondo, un popolo».

Ma all’origine dell’ispirazione c’era anche un libro di preghiere cristiane che Dick Gregory aveva regalato alla coppia: «Se puoi "immaginare" un mondo in pace, senza discriminazioni dettate dalla religione allora può avverarsi - raccontò Lennon in un'intervista - Una volta il Consiglio ecumenico delle Chiese mi chiamò e mi chiese: "Possiamo usare il testo di “Imagine” e cambiarlo in “Imagine one religion” al posto di “no religion”? Ciò mi dimostrò che non lo capivano affatto. La modifica avrebbe affossato l’intero scopo della canzone, l’intera idea». E quella autorizzazione naturalmente fu negata. Più tardi venne perfino contestato dallo scrittore Chris Ingham che attaccò il suo ruolo di rockstar milionaria che viveva in una villa lussuosa ma incoraggiava gli altri ad «immaginare una vita senza proprietà privata». In quella occasione intervenne Ringo Starr: «Lennon dice “immagina”. Immaginate solamente. Non si pone come esempio». Dai Queen ai Guns 'n' Roses, da David Bowie a Peter Gabriel, a giudicare dalle oltre 500 cover in 50 anni non si direbbe però.

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