Milano, parla il rabbino aggredito: "Sono scosso, spero di non vederli più. È frutto del clima d'odio contro gli ebrei"
Parla Tzemach Mizrachi, picchiato da tre maranza alla fermata del bus a Milano «Poco prima di me, hanno preso di mira un altro rabbino tirandogli una scarpa»
«Gli insulti ci sono sempre, negli ultimi anni di più, ma nessuno era mai arrivato ad alzare le mani». Inizia così il racconto a Il Tempo di Tzemach Mizrachi, il rabbino che ieri è stato aggredito da tre giovani di origine nordafricana nel quartiere ebraico di Milano, in zona Bande Nere. I responsabili, seppur denunciati, sono tutti a piede libero.
Rav, partiamo dal principio. Qual è stata la dinamica dei fatti?
«Stavo aspettando l’autobus per andare a prendere miei figli a scuola, quando si sono avvicinati tre ragazzi di circa venti anni che parlavano arabo. Io non li ho guardati, ho continuato a tenere gli occhi sul cellulare. Poi uno di loro mi ha preso il cappello e ha iniziato a ballare e a prendermi in giro.
Allora, per tutelarmi, ho cominciato a filmarli. A quel punto uno di loro mi ha dato un calcio che mi ha sbilanciato dal marciapiede alla strada, ma fortunatamente non sono finito a terra. Poi si sono allontanati».
Dopo l’aggressione cosa è accaduto?
«Sono andato a prendere miei figli, poi sono tornato indietro seguendo lo stesso percorso. Mentre rientravo, però, ho rivisto quei ragazzi che si muovevano a piedi e sul monopattino. Li ho guardati e ho girato un video da lontano. Loro si sono girati, hanno fatto dei gesti con la mano e hanno cercato di scappare in metropolitana, ma poi li hanno fermati. Dalle mie foto si vede che tenevano il telefono in mano, filmavano per prendermi in giro. Comunque, questo è solo il secondo capitolo di quanto accaduto».
A cosa si riferisce?
«Poco prima che mi incontrassero, il gruppo era sceso alla fermata metro di “Gambara”. Lì hanno incrociato un altro rabbino, un mio amico, e gli hanno lanciato contro una scarpa. Lui è riuscito a scappare, ma poi hanno trovato me».
Accadono frequentemente queste cose?
«Gli insulti ci sono sempre, negli ultimi anni di più, ma nessuno era mai arrivato ad alzare le mani. Ogni sera, quando torno a casa, nel giardino che ho di fronte è pieno di ragazzi che parlano in arabo e mi rivolgono continuamente offese. Dicono “Free palestine” e poi “assassino”, ma io li ignoro».
Da cosa è dovuto tutto questo odio?
«È il risultato di un sistema influenzato da quello che si scrive e si racconta sugli ebrei e su Israele, che sicuramente alza il coraggio della gente a compiere tali gesti».
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