Il manifesto No Tav per una nuova struttura clandestina
Assaltare il cantiere, trasformare lo scontro in legame Il messaggio di «Dopo luglio» per legittimare la violenza
Assaltare il cantiere, resistere alla polizia, trasformare lo scontro in legame e forza collettiva. È il messaggio di «Dopo luglio», il manifesto che rivendica gli attacchi del 25 luglio scorso contro il Tav in Val di Susa, nel quale si legittima la violenza come pratica politica e indica nella clandestinità la struttura del futuro movimento, capace di restituire fiducia e mostrare che l’autorità può essere affrontata. Non manca il riferimento a Gaza, usata come origine di una nuova generazione politica e come passaggio verso forme più radicali di conflitto.
Il testo è privo di firma ed è stato pubblicato su un’istanza di HedgeDoc, l’editor collaborativo open source ospitato da Cisti.org. Si tratta di un server autogestito e radicale che si definisce «uno spazio digitale liberato, anticapitalista, antifascista, antirazzista e antisessista. Offre strumenti digitali a collettivi, movimenti e gruppi. Il progetto nasce nelle stanze dell’hacklab underscore di Torino.
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La gestione è attribuita a un «manipolo di creature hacker», senza nomi personali, redazione o organigramma pubblico. Elementi di clandestinità che aprono, di fatto, un nuovo capitolo nella lotta dei No Tav. Il manifesto, infatti, respinge le definizioni di devastazione e saccheggio, professionisti internazionali della violenza e minaccia terroristica. Anzi, rovescia l’accusa. La volontà di terrorizzare viene attribuita alla macchina «ideologica, poliziesca e governativa», accusata di voler fermare la generazione politicizzata nelle piazze per Gaza. Il messaggio della repressione, scrivono gli autori, è che «combattere per strada, resistere alla polizia» può costare caro. L’altro bersaglio è la sinistra. Il testo la accusa di addomesticare la protesta attraverso il richiamo alla responsabilità e avverte sul rischio di diventare «gli utili idioti della destra». «La sinistra è la principale responsabile», si legge.
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Una durezza che lascia emergere una frattura con un’area politica che non viene trattata come un avversario estraneo, bensì come un interlocutore percepito vicino in passato e ora accusato di essersi allineato alle versioni ufficiali e all’autorità. Quindi, la camionetta in fiamme, le pietre, le recinzioni superate e il cantiere danneggiato vengono descritti come il passaggio attraverso il quale giovani alla prima esperienza e militanti più navigati affrontano insieme il rischio e superano la paura. Ma non solo. Gli autori negano il culto della forza, ma attribuiscono allo scontro una funzione politica e organizzativa. Quanto accaduto il 25 luglio in val di Susa viene presentato come «la ritirata della polizia» che avrebbe consolidato la fiducia nel movimento, più di comunicati e programmi.
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E così, nel manifesto antagonista anche il Tav cambia funzione. Le ragioni ambientali, sanitarie, amministrative e infrastrutturali vengono definite vere ma accessorie. La Val di Susa diventa, quindi, il riferimento simbolico di una continuità della rivolta che parte il 3 luglio 2011, una delle più violente giornate della storia del movimento No Tav dove, secondo la lettura militante del manifesto, ci sarebbe stata la prima la ritirata delle forze dell’ordine. A quella giornata unisce gli scontri alla stazione centrale di Milano, il 31 gennaio a Torino, i disordini di Bologna dopo la morte di Fakhir e la resistenza contro l’Ice a Minneapolis. La stessa continuità viene cercata nei volti comparsi nelle piazze per Gaza e poi rimasti fuori da gruppi e collettivi. Questo "nuovo" movimento antagonista, di cui il manifesto pubblicato online è la presentazione, non sarebbe sostenuto dalla visibilità social, ma da una rete di rapporti, amicizie, ospitalità e risorse. Le minacce del governo contro chi offre vitto e alloggio ai manifestanti vengono lette come la prova dell’importanza di questa infrastruttura nascosta. E quindi, si consiglia di ridurre l’esposizione pubblica, scegliere quando apparire, approfondire i rapporti di fiducia e costruire una forza pro tetta dallo sguardo dello Stato, definita rete «accessibile senza essere visibile agli occhi del nemico».
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