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Garlasco, l'ex pg che chiese l'assoluzione di Stasi: "L'indizio più grave? Era una bufala"

Ignazio Riccio
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A distanza di anni dalla sua presa di posizione controcorrente, Oscar Cedrangolo torna a parlare del caso Stasi. L'ex Procuratore Generale, che nel 2015 chiese alla Cassazione l'annullamento della condanna a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi, è stato ospite di "Zona Bianca", il programma di attualità condotto da Giuseppe Brindisi in onda su Rete 4, realizzato in collaborazione tra Videonews e Tg4.

L'occasione dell'intervista è la nuova inchiesta della Procura, che escluderebbe la presenza di Stasi sulla scena del crimine, restituendo peso, a distanza di anni, alla lettura che lo stesso Cedrangolo aveva sostenuto in sede di legittimità. Ma l'ex magistrato rifiuta con nettezza la lettura in chiave personale della vicenda.

 

Alla domanda se avverta oggi un senso di riscatto per una posizione che il tempo sembra aver confermato, Cedrangolo non lascia spazio a interpretazioni: "Non ho ovviamente alcun bisogno di riscatto morale. Provo amarezza per una distinzione in realtà provocata da una decisione non adeguatamente motivata e provo amarezza per una ignobile bagarre avvenuta a suo tempo e adesso puntualmente ripropostasi".

Un giudizio netto anche sul piano personale, quando il conduttore gli chiede se quella scelta rappresenti ancora oggi una ferita aperta: "Non ci sono ferite né coscienze da interrogare, c'è la serenità assoluta di aver interpretato al meglio delle mie possibilità il mio ruolo di Pg".

Cedrangolo respinge anche la definizione di "coraggio" attribuita alla sua posizione dell'epoca, presa in un clima di opinione pubblica schierata contro Stasi: "Non si tratta di coraggio intellettuale, civile o professionale, ma puramente e semplicemente la personale esigenza di fare al meglio possibile il proprio lavoro".

 

Il passaggio più rilevante dell'intervista riguarda però il merito tecnico della vicenda giudiziaria. Il conduttore chiede a Cedrangolo quale, tra i sette indizi su cui fu costruita la condanna nel processo d'appello bis, gli fosse apparso da subito il più fragile.

La risposta dell'ex Pg è netta e va dritta al cuore dell'impianto accusatorio. "Non è nessuno dei sette indizi di cui parlava la sentenza, ma era quello che l'appello bis riteneva il primo e grave indizio a carico dell'imputata, e cioè il tentativo di accreditare l'ipotesi dell'incidenza domestica. E questo indizio, ritenuto il primo e grave, in realtà si è rivelato una bufala".

 

Non un dettaglio marginale, dunque, ma quello che i giudici d'appello avevano collocato al vertice del mosaico indiziario: il tentativo - secondo Cedrangolo poi rivelatosi infondato - di accreditare la pista dell'incidente domestico. Un giudizio, quello di "bufala" riferito al primo e più grave degli indizi, che l'ex Pg riconduce esplicitamente alla propria valutazione tecnica e che, nella sua lettura, è destinato a pesare sull'intero impianto accusatorio ricostruito in sede di appello bis.

L'intervista arriva in un momento delicato per il caso, riacceso dalla nuova inchiesta della Procura di Pavia, e riporta al centro del dibattito pubblico le riserve tecniche che lo stesso Cedrangolo aveva già formalizzato nella sua requisitoria per la Cassazione, quando invitò gli Ermellini ad annullare la sentenza di condanna per l'insufficienza del quadro probatorio a carico di Alberto Stasi.

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