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Il ruggito di Papa Leone: così li ha mandati... in pace. Il repulisti nella comunicazione Vaticana

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Rivoluzione nella comunicazione Vaticana: via la vecchia struttura «cencelliana». A capo del network della Santa Sede arriva Alvarado, scuola Usa

Luigi Bisignani
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Tra una nuotata a Castel Gandolfo, una cavalcata e una partita a tennis, Leone XVI ha appena piazzato una delle mosse più significative del suo pontificato: affidare la comunicazione della Santa Sede a Maria Montserrat Alvarado, manager cresciuta alla scuola di EWTN, il più grande network mediatico cattolico del mondo fondato da Madre Angelica, la suora di clausura che, come Steve Jobs, partì da un garage per costruire un impero.

Una scena di pochi giorni fa aiuta a capire perché. Durante l’Assemblea generale della Cei, i vescovi diretti verso l’aula del Sinodo sono stati accolti da un gigantesco totem luminoso. Più un aeroporto internazionale che un luogo di riflessione spirituale.

Scorrevano numeri impressionanti: centonovantuno testate, centocinquantasette editori, centinaia di migliaia di copie diffuse e milioni di lettori. Una professione di fede statistica che oggi assomiglia soprattutto all’anticipazione di un «de profundis» della lunga stagione della comunicazione ecclesiastica italiana firmata dal trio Ruffini, Tornielli, Bruni: il primo giubilato, gli altri due in uscita.

 

Così, il Papa è andato a pescare Maria Montserrat Alvarado, messicana di 40 anni, proprio lì, nel mondo costruito da Madre Angelica scomparsa anni fa. Una scelta che riporta dentro il Vaticano la scuola della comunicazione cattolica americana e fa tornare alla memoria Greg Burke, l’uomo dell’Opus Dei che, tra Benedetto XVI e Francesco, venne chiamato ai vertici della comunicazione pontificia. Qualcuno parlerà di coincidenze. Qualcun altro di filiera.

La nuova Prefetta proviene da un’organizzazione che misura risultati, una sorta di Monica Mondardini che, con Francesco Dini, fece grande il Gruppo L’Espresso ai tempi d’oro. Negli ultimi anni la comunicazione della Santa Sede ha vissuto di budget milionari, controlli modesti e una sorprendente capacità di autoconservazione. Ma adesso l’arrivo della Alvarado rischia di rendere improvvisamente attuali alcune domande imbarazzanti che, da troppo tempo, anche per la scarsa attenzione di Bergoglio, nessuno poneva più. Domande che riguardano anche l’efficacia dell’apparato.

Per anni il Dicastero della comunicazione vaticana ha potuto contare su una struttura che sfiora i seicento addetti e su risorse che molti osservatori considerano superiori a quelle destinate all’intera rete diplomatica della Santa Sede. Una macchina imponente che avrebbe dovuto rappresentare il laboratorio della nuova evangelizzazione digitale, ma che sembra essersi specializzata soprattutto nella gestione dell’esistente e nella ricerca della perpetuità amministrativa.

 

Il vero dramma, però, potrebbe avere ripercussioni anche in Rai. Per anni il servizio pubblico, con governi di destra, di sinistra o cosiddetti tecnici, è stato il bancomat silenzioso di un sistema che consentiva alla Cei di celebrare i propri numeri, al Vaticano di controllare il proprio racconto e a Viale Mazzini di coltivare l’illusione di svolgere una missione. Tutto a spese dei contribuenti. Il paradosso è che, nonostante mezzi, strutture, uomini, reti e finanziamenti, non si è riusciti né a evangelizzare né a costruire una comunità mediatica cattolica. In compenso si è riusciti a garantire per anni una rispettabile rappresentanza ai vari stakeholder del cattolicesimo italiano- ciellini, focolarini, uomini di e Sant’Egidio, neocatecumenali altre correnti minori - all’interno di redazioni, programmi e centri decisionali. Ma l’appartenenza, l’influenza e la comunità sono nate altrove. In Alabama.

Da una parte, il più grande bacino sociale organizzato del Bel Paese: parrocchie, movimenti, associazioni, scuole, volontari, famiglie. Dall’altra, la Rai. In mezzo, decenni di Messe, dirette speciali, viaggi papali, eventi giubilari, produzioni speciali e milioni di euro.

La Rai da sempre paga. Il Vaticano controlla. La Cei applaude i propri numeri.

Giampaolo Rossi, cattolico sincero e AD Rai, sa perfettamente che il problema nasce da lontano. Viene da una lunga stagione di reciproche convenienze che nessuno ha mai avuto il coraggio di mettere in discussione. Gli amministratori delegati che lo hanno preceduto avevano compreso la natura della sudditanza che una parte dei quadri Rai continua a nutrire verso i potentati ecclesiastici romani. Una miscela di convenienza, prudenza e carriera che attraversa governi, correnti e generazioni. La parte più bizzarra è che tutto questo ardore ecclesiastico spesso infiamma cuori che in chiesa si vedono raramente. Professionisti di un cattolicesimo conto terzi che, una volta sistemati da uno zio vescovo o da un cardinale influente, finiscono per assomigliare alle più mondane e autoreferenziali terrazze della «Grande Bellezza» romana. Quando l’ex AD Carlo Fuortes, tentò di mettere ordine nelle spese dell’informazione religiosa trasferte faraoniche, troupe sovradimensionate, decine di persone spedite in Medio Oriente per produrre pochi minuti di televisione - si sentì dire che stava arrecando offesa alla persona del Santo Padre: una nota spese trasformata in una questione di fede. Un piccolo capolavoro capitolino. Lo stesso spirito si è visto durante il Giubileo dei Giovani, dove una parte significativa della veglia e della celebrazione finale è stata occupata dall’esecuzione televisiva di musiche inedite scelte da un prelato che si sente Pavarotti. Milioni di giovani arrivati da tutto il mondo per pregare e cantare insieme si sono ritrovati ad ascoltare composizioni sconosciute, affidate a cori e orchestrazioni monumentali che hanno fatto la gioia della Siae. Da qui, qualche domanda inevitabile.

 

Se oggi il Papa comunica attraverso le proprie strutture, se Vatican Media controlla immagini, produzione e distribuzione, se il brand pontificio viene custodito come una reliquia, perché il conto continua ad arrivare alla Rai? Quanto costa realmente la Messa domenicale, con le parrocchie accuratamente indicate dalla Cei sulla base di un protocollo firmato quasi cinquant’anni fa? Quanto costa «A Sua Immagine», il programma della pia Lorena Bianchetti, dove da quasi trent’anni la scelta degli ospiti sembra seguire un manuale Cencelli del cattolicesimo italiano? Quanto costano i viaggi papali, le dirette speciali e gli eventi giubilari che finiscono regolarmente nel bilancio del servizio pubblico? Forse è proprio questo che papa Prevost ha capito a Castel Gandolfo.

La questione non è mai stata la mancanza di mezzi. Cei, Vaticano e Rai hanno avuto per decenni uomini, strutture, relazioni, denaro e il più grande bacino sociale organizzato del cattolicesimo occidentale. Nessun editore italiano dispone di una rete umana comparabile. Eppure da questo patrimonio non è nata una comunità mediatica capace di competere con quella costruita da una monaca di clausura partita da un garage dell’Alabama. «Il leone ha ruggito: chi non temerà?». Così ammonisce il profeta Amos.

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