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Maldive, come sono morti i cinque sub italiani? Disorientamento l'ipotesi più probabile

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Foto: Ansa

Rosa Scognamiglio
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Come sono morti i cinque sub italiani alle Maldive? È la domanda al centro dell’indagine condotta dalle autorità maldiviane che, terminate le operazioni di recupero dei corpi, ora intendono fare luce sulle cause della tragedia. Oltre agli accertamenti autoptici, gli investigatori sono in attesa di poter scandagliare i computer da immersione in uso alle vittime, così da avere riscontri oggettivi alla ricostruzione finora ipotizzata. I device saranno recuperati quest’oggi dal team finaldese, che si calerà per l’ultima volta nell’atollo di Vaavu, dove giovedì scorso si è consumata la tragedia. 

 

 

L’ipotesi del disorientamento

Tra le ipotesi al vaglio della polizia maldiviana, la più probabile è il disorientamento: i sub potrebbero aver imboccato per errore un corridoio sottomarino senza uscita. La grotta di Dhekunu Kandu, nota anche come “grotta degli squali”, si raggiunge dopo un’immersione di circa 50 metri. A quella profondità si apre una grande caverna illuminata naturalmente, con un fondale in cui la sabbia si solleva e si ridistribuisce rapidamente, creando dei dossi. Sul fondo della caverna c’è un passaggio stretto - lungo circa 30 metri e largo 3 - dove la luce è molto scarsa, ma “con le torce, però, la visibilità era buona”, spiega a Repubblica Laura Marroni, ceo di Dan Europe, l’organizzazione che si occupa di sicurezza nelle immersioni subacquee. Attraversato quel corridoio si arriva a un secondo segmento della grotta, profondo circa 65 metri. Per risalire è necessario tornare indietro passando dallo stesso punto stretto ed è lì che, con buona probabilità, potrebbe essersi verificato qualche problema. “Lo hanno sperimentato i finlandesi. Il dosso sembra quasi una parete. Non lascia vedere il tunnel. Sulla sinistra c’è invece un altro corridoio lungo qualche decina di metri. Proprio lì sono stati trovati i corpi. Perché imboccandolo non c’era via di uscita”, osserva Marroni. Dunque i sub italiani potrebbero aver imboccato per errore quel passaggio, scambiandolo per l’uscita. Il ritorno sarebbe stato poi molto difficile, soprattutto perché potrebbero aver avuto una riserva d’aria ridotta. 

 

 

Le bombole d’aria

Un altro aspetto da valutare è legato alla disponibilità delle bombole d’aria. Sembra che i sub avessero in dotazione quelle standard da 12 litri. E dunque, facendo un calcolo approssimativo, avrebbero avuto a disposizione circa 10 minuti per visitare la grotta e tornare indietro. È chiaro che, nell’ipotesi in cui avessero perso l’orientamento, impiegando di conseguenza più tempo per trovare l’uscita, l’aria a disposizione non sarebbe bastata. “Per immergerti a più di 60 metri, hai bisogno di gas subacquei oltre all’aria. Si chiamano trimix. Sono una miscela di ossigeno, azoto ed elio, che riducono l’effetto narcosi in profondità. Così resti lucido e puoi lavorare in modo più efficiente. Inoltre, usiamo un dispositivo chiamato rebreather, che fa circolare il nostro gas respiratorio, dandoci molto tempo lì dentro. Nelle operazioni di recupero è fondamentale avere la possibilità di rimanere sul fondo quasi quanto si vuole. Abbiamo un’autonomia di oltre cinque ore, fino a dieci se spingiamo i limiti”, ha spiegato al Corriere della Sera Sami Paakkarinen, uno dei tre sommozzatori finlandesi impegnati nelle operazioni di recupero dei corpi. Secondo quanto emerso finora, nessuna delle cinque vittime era legata al filo di Arianna, ovvero una sorta di “corda guida” che i sommozzatori utilizzano per esplorare grotte o relitti per non perdersi.

 

 

La corrente
Sembra sfumare invece l’ipotesi secondo cui i cinque italiani possano essere stati risucchiati dalla corrente, finendo forse accidentalmente nella grotta. “Quando siamo entrati nella grotta, abbiamo percepito una leggerissima corrente al suo interno. Quindi è vero che c’è una corrente in entrata e in uscita. La grotta, per così dire, respira. Ma è davvero poco forte. Non è possibile che abbia risucchiato qualcuno”, sottolinea il sub finlandese. Ma allora cosa è successo? Escludendo gli aspetti tecnici legati all’attività esplorativa, resta da chiarire se i sub avessero o meno i permessi per addentrarsi nella grotta, che sono diversi da quelli accordati per le immersioni standard. L’avvocata Orietta Stella, legale del tour operator Albatros Top Boat, la società che gestiva (senza equipaggio), l’imbarcazione a bordo della quale si trovavano le vittime, “nessuno di loro aveva un brevetto ‘full cave’, che significa ‘penetrazione in grotta’”. Intanto la Procura di Roma, che nei giorni scorsi ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, farà richiesta di una rogatoria internazionale per acquisire gli atti delle autorità maldiviane.

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