Leggi il settimanale
Cerca
Edicola digitale
+

Circo Garlasco, Caiazza difensore storico di Tortora: "Dalla vicenda di Stasi non abbiamo imparato nulla"

L'avvocato: «Non si parla d'altro, è un'ossessione». Contro la fuga di notizie «servono regole severe»

  • a
  • a
  • a

Gian Domenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, e difensore storico di Enzo Tortora, attacca il circo mediatico intorno al caso Stasi-Sempio: indagini trasmesse in diretta, segreto investigativo sistematicamente violato e mai punito, giudici esposti a pressioni insostenibili. «Bisogna fissare regole severe e farle rispettare».

Avvocato Caiazza, il caso Stasi-Sempio ha trasformato le serate televisive in udienze.
«I processi hanno sempre appassionato l’opinione pubblica. I fatti penali allarmano, interessano. Il punto è che oggi questa attenzione è diventata ossessione. Non si parla d’altro. Gli indici d’ascolto schizzano e le televisioni ci costruiscono sopra mesi di programmazione. È nato così il cosiddetto processo mediatico: il processo penale non si celebra più nelle aule, si celebra negli studi televisivi».

E il magistrato che deve decidere, in questo clima, è davvero libero?
«Mettiamoci nei panni del giudice chiamato a pronunciarsi su Sempio dopo mesi di questo inferno mediatico. Dovrà essere una persona straordinariamente strutturata sul piano professionale, psicologico, morale. Non è una condizione normale in cui esercitare la giustizia».

Eppure esisterebbero già strumenti per arginare il fenomeno.
«Esistono, ma non funzionano. Esiste il segreto investigativo. Il problema è che la sua violazione è di fatto impunita. Quando emergono notizie coperte dal segreto (atti di indagine, intercettazioni, verbali) non si apre mai un fascicolo per capire chi le ha diffuse. Mai. Eppure non sarebbero neanche indagini difficili: in fase di indagine, il numero di persone che hanno accesso a certi materiali è limitato. Basterebbe volerlo fare».

Quindi la soluzione è normativa o disciplinare?
«Entrambe. Servono regole più severe sulla violazione del segreto investigativo, e soprattutto regole che si facciano rispettare. Bisognerebbe impedire che si possano condurre mesi di trasmissioni su atti coperti da segreto, su indagini in corso, costruendo ogni sera un verdetto alternativo a quello che spetterebbe ai giudici. L'informazione ha tutto il diritto di sapere che oggi la procura ha interrogato un teste, che domani parlerà l'imputato. Ma trasformare questo in un processo parallelo, quotidiano, con tanto di verdetti da salotto, è un’altra cosa».

Lei ha difeso Enzo Tortora. Quella vicenda insegna qualcosa di applicabile oggi?
«Insegna tutto. All’epoca i mezzi erano quelli che erano, non c’erano i social, non c’era la moltiplicazione di oggi, eppure fu una bomba devastante. E tutti erano colpevolisti: tranne pochissimi coraggiosi, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Vittorio Feltri. Fu Biagi il primo a chiedere pubblicamente: "Scusate, ma se fosse innocente questo cristiano?". Erano voci isolate in un deserto».

Eppure i giudici che lo assolsero resistettero a quella pressione.
«Sì, e fu un atto di coraggio non comune. Assolvere un uomo di quella notorietà, condannato in primo grado a dieci anni, dopo che i media lo avevano già fatto a pezzi, ci vuole una struttura morale fuori dall’ordinario. Ecco perché dico che non si può fare affidamento solo sull'eccezionalità del singolo giudice. Ci vogliono le regole. Le regole servono proprio per non dipendere dall'eroismo individuale».

Il caso Stasi-Sempio rischia di produrre lo stesso danno?
«Rischia di produrne uno peggiore, perché il meccanismo si è avvitato su se stesso. Se Sempio verrà condannato, Stasi sarà scagionato. Ma questo potrebbe condurre a non sapere mai chi ha ucciso quella ragazza».

In che senso?
«Questo accade soprattutto con la prova indiziaria, il giudizio più complesso del processo penale. Quando non hai il testimone, non hai il video, non hai la fotografia, devi desumere la prova da una serie di elementi. Il giudice coscienzioso si ferma davanti al dubbio. Quando fa prevalere il proprio pregiudizio sulla forza della prova, sono solo disastri. Si pensa di rassicurare i cittadini, e invece si erode la loro fiducia nel sistema. È più forte una giustizia che sappia dire: abbiamo fatto l’impossibile, ma la certezza non c’è. Quella è una giustizia adulta».

Dai blog