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Schlein va da Obama. E per la sinistra gli Usa tornano subito «buoni»

Elly vola a Toronto per l'«internazionale progressista» Così l'antiamericanismo dem sparisce improvvisamente

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Elly e Barry, finalmente. La segretaria del Pd, partito secondo cui Giorgia Meloni sarebbe la cheerleader di Trump, la ragazza pon-pon degli Usa, la piccola majorette garbatelliana della volontà statunitense, ha varcato l’oceano per incontrare Barack Obama al Global Progress Action Summit di Toronto, liturgia progressista con ex presidente incorporato, reliquia vivente e ospite d’onore. E subito, il miracolo: l’antiamericanismo selettivo del Nazareno si è sciolto come il gelo al sole primaverile dell’Illinois. Perché l’America, si sa, è imperialista solo se vota male. Quando invece produce Obama, diventa santuario, Monte Rushmore del Bene, luogo dello spirito rievocando il quale Schlein, diciotto anni dopo il volontariato barackiano con spillette, volantini e «Yes we can» gridato a distanza di sicurezza a Chicago, si è potuta presentare con badge autorizzante ad avvicinarsi al corpo glorioso del baby pensionato leader taumaturgo. «Non ci ho mai parlato», ha confessato lei alla vigilia con la candida emozione che i quotidiani amici hanno registrato con trasporto. Prima, nel 2008, lo vide in piazza, «un po’ più lontano». Nel 2012 da sotto il palco era «a pochi metri». Ora la definitiva apparizione. Non un incontro politico: una messa a fuoco dell’icona, dalla devozione remota alla prossimità fotografica.


Naturalmente, tutto questo a schiena drittissima, a testa altissima. Altro che Meloni succube degli americani, altro che sudditanza atlantica, altro che provincialismo. Qui siamo nell’autonomia strategica dello scatto col messia, nella geopolitica dell’adorazione, nella diplomazia dell’agiografia. E si capisce: c’è una scienza obamiana che si trasmette per imposizione del cheese e del click, una successione apostolica, una grazia che discende sul capo di chi riesce a stare abbastanza vicino all’ex presidente senza farsi folgorare dall’aura. Ma, sì, dirà, Obama è buono, Trump no. Obama faceva la pace, Trump la guerra. Certo. Lo stesso Obama a cui nel 2009 è stato assegnato preventivamente il Nobel per la sua anima purissima, salvo poi scoprire che dal 2009 al 2017 sarebbe diventato l’inquilino della Casa Bianca sotto il cui comando sono state lanciate più bombe in tutta l’era moderna (oltre 26 mila solo nel 2016). Schlein ha annunciato che avrebbe parlato a Barack nientemeno che del lavoro del Pd e di come farà a battere le destre in Italia per contribuire alla causa sedicente progressista mondiale. Le destre, ovviamente, non sono avversari: sono una congregazione nera, nerissima (non come Obama, chiaro), fascio-nazista, un mostro a più teste contro cui si riuniscono gli Avengers dem armati di panel, di «rete» e di «un ordine mondiale basato su pace e cooperazione». Yes we can, anche se non è chiarissimo what, when, where, why e nemmeno precisamente who. Ma il sentimento è impeccabile.


Dopo la benedizione di Barry, Elly potrà finalmente avviarsi lungo il sentiero glorioso delle altre grandi figure democratiche consacrate dal carisma dell’ex presidente americano. Quale destino la attende? Sarà la Hillary italiana, cioè perderà di poco dopo che i media compiacenti avranno spiegato per mesi che la vittoria era inevitabile? O sarà la Kamala nostrana, cioè perderà più largamente dopo che gli stessi giornali avranno provato a trasformare il panico in entusiasmo, il vuoto in energia, l’improvvisazione in partita aperta? Si spera che, perlomeno, non divenga il nuovo Biden, altro capolavoro targato Barack. Qualcuno ce ne scampi. Chiunque. Persino Obama.
 

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