Mps-Mediobanca, l'avvertimento del Corsera: spara in prima pagina i nomi di nove parlamentari
Due ministri, due viceministri e un sottosegretario nel mirino I magistrati chiedono alle Camere di leggere le chat Ma chi ha passato le carte? E perché in piazza questi nomi?
Una clamorosa fuga di notizie irrompe nell'inchiesta che ruota attorno a Monte dei Paschi di Siena (Mps). Come già accaduto nel 1994 con l’avviso di garanzia all’allora premier Silvio Berlusconi notificato a mezzo stampa, il Corriere ieri in prima pagina riportava il contenuto della riservatissima richiesta che la Procura di Milano ha inviato al Parlamento riguardo l’utilizzo dei messaggi intercorsi fra l’ex direttore generale del Ministero dell’economia e delle finanze, Marcello Sala, e nove parlamentari. Fra questi, alcuni esponenti di punta del governo, ad iniziare dal proprio dal numero uno di via Venti Settembre, il leghista Giancarlo Giorgetti. Secondo quanto ricostruito, i pm milanesi Roberto Pellicano, Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, titolari del fascicolo, avevano predisposto una comunicazione destinata al Parlamento con carattere di assoluta riservatezza. Non solo: il livello di cautela adottato sarebbe stato altissimo, con la richiesta inserita addirittura in una doppia busta sigillata e consegnata personalmente ad un ufficiale della guardia di finanza per l’inoltro ai presidenti delle Camere.
Eppure, nonostante queste accortezze, la notizia è comparsa ieri sulla prima pagina del Corriere. Circostanza che, pare, abbia molto infastidito Marcello Viola, procuratore capo di Milano, che su questa inchiesta si sta muovendo da mesi con i piedi di piombo. Il contesto in cui si inserisce questa fuga di notizie è infatti già di per sé estremamente delicato. L’indagine milanese riguarda il cosiddetto risiko bancario che ha visto protagonista Mps nella tentata scalata a Mediobanca. Tra gli indagati figurano nomi di primo piano, come il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, il banchiere Luigi Lovaglio e Francesco Milleri, con ipotesi di reato che vanno dall’aggiotaggio all’ostacolo alle autorità di vigilanza. In questo quadro si inserisce allora la figura di Sala, il quale, pur non essendo indagato, avrebbe lanciato un alert ai magistrati: nel suo telefono, sequestrato insieme ad altri dispositivi, sarebbero presenti appunto conversazioni con nove parlamentari, tra cui due ministri: oltre a Giorgetti, Matteo Salvini (vice premier e ministro delle Infrastrutture), Federico Freni (sottosegretario leghista all’Economia e candidato alla presidenza della Consob), Maurizio Leo (viceministro FdI dell’Economia), Edoardo Rixi (viceministro leghista delle Infrastrutture), Giulio Centemero (ex tesoriere leghista), Giovanbattista Fazzolari (sottosegretario FdI alla Presidenza del Consiglio), Massimiliano Romeo (capogruppo leghista in Senato) e Antonio Misiani (senatore Pd, già viceministro dell’Economia).
Un elemento che ha indotto la Procura a fermarsi e a chiedere un’autorizzazione preventiva al Parlamento, adottando un’interpretazione estremamente ampia delle immunità previste dall’articolo 68 della Costituzione.
La richiesta inviata a Camera e Senato è, sotto molti aspetti, senza precedenti. I magistrati hanno dichiarato esplicitamente di non aver ancora aperto il telefono di Sala, e quindi di non sapere nemmeno se tali comunicazioni esistano davvero. Nonostante ciò, hanno chiesto l’autorizzazione ad accedere a eventuali messaggi “potenzialmente” intercorsi con parlamentari, al solo fine di valutarne la rilevanza processuale. I nomi coinvolti rendono la questione ancora più sensibile, trattandosi di un elenco trasversale che coinvolge figure di primo piano della maggioranza e dell’opposizione.
È evidente che una simile richiesta, già di per sé delicata, diventa esplosiva nel momento in cui viene resa pubblica prima ancora di essere esaminata dalle Camere. La fuga di notizie è destina ad esporre i parlamentari citati ad un giudizio mediatico anticipato e, ovviamente, a mettere sotto "pressione" le Camere chiamate ora a decidere sulla richiesta dei magistrati milanesi. Nel frattempo, un altro filone dell’indagine ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Stefano Di Stefano, dirigente del Mef e consigliere di amministrazione di Mps.
L’ipotesi è quella di insider trading: avrebbe acquistato azioni di Mps e Mediobanca per circa 100mila euro in prossimità dell’operazione su piazzetta Cuccia. Anche in questo caso, l’elemento chiave è emerso dall’analisi di un telefono sequestrato quando Di Stefano non era ancora indagato.
Tornando comunque alla fuga di notizie, non è da escludere un eventuale strascico giudiziario, con l’apertura di un autonomo procedimento penale per il reato di rivelazione del segreto d’ufficio.
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