Mafia-Appalti, Ciancimino era il ponte tra la politica e le imprese: le indagini
Le carte processuali e i memoriali non lasciano spazio a dubbi: negli ultimi sessanta anni, Vito Ciancimino è stato il primo pilastro su cui si è costruito il sistema mafia-appalti in Sicilia. In pratica, la figura centrale che ha reso stabile e riproducibile la commistione tra politica, imprese e Cosa nostra. Ciancimino, corleonese di nascita, scala la Democrazia Cristiana palermitana, proprio mentre il capoluogo siciliano vive una massiccia espansione edilizia. Assessore ai lavori pubblici (1963-1971) e sindaco (1969-70) di Palermo, il già quarantenne Ciancimino occupa posizioni che gli consentono di governare concessioni, licenze e nomine nelle municipalizzate. Ed è in quegli anni che Palermo si definisce la «città dei due piani»: il piano formale delle delibere e il piano sotterraneo delle concessioni pilotate. Nei verbali depositati al processo Mori-Obinu, Ciancimino prova a tracciare una linea di demarcazione: «Ho avuto rapporti con ambienti mafiosi, ma non sono un uomo d’onore»; «Non ho mai gestito direttamente appalti, la mia è stata un’attività politica». Parole che vogliono marcare nettamente la distanza tra ruolo formale e operatività reale.
Ma le informative del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri e gli atti giudiziari lo collocano «dietro imprese aggiudicatarie di appalti pubblici» in settori strategici - manutenzione urbana, gestione idrica, lavori stradali - dove la decisione politica coincide con la determinazione degli interessi economici. Ciancimino stesso descrive il suo ruolo con un linguaggio che gli atti interpretano come funzionale al sistema: «In alcune situazioni ho fatto da tramite, per evitare conseguenze peggiori». Come dire trasformare conflitti in spartizioni, gare in spartizioni concordate. Tra le imprese che ricorrono negli atti figura Calcestruzzi Spa, la società del gruppo Ferruzzi che il dossier «Mafia e Appalti» del Ros individuerà come uno dei principali canali di penetrazione di Cosa nostra negli appalti pubblici a livello nazionale. Il che implica un sistema che andava oltre lo Stretto. Al centro della triangolazione politica-impresa-mafie, Ciancimino diventa l’asse che tiene insieme le parti. I suoi memoriali dattiloscritti redatti in carcere e depositati al processo ampliano la portata delle sue affermazioni. Nel 1992, scrive: «Molti dei politici italiani che hanno pianto Falcone parlavano con Cosa nostra». E ancora: «Lo stupore della nostra classe politica fu pura ipocrisia. Molti politici sapevano benissimo che Cosa nostra avrebbe alzato il tiro perché da anni continuavano a parlare con questa gente».
Dalle indagini di Giovanni Falcone – che il 5 giugno 1990 nell'ambito delle indagini sugli appalti truccati ha arrestato Ciancimino – e dagli esiti processuali degli anni Novanta emerge un modello stabile: la politica orienta le procedure amministrative, le imprese garantiscono ritorni economici e compartecipazioni occulte e Cosa nostra assicura controllo del territorio e risoluzione dei conflitti. Ciancimino occupa il centro della triangolazione. La responsabilità che emerge non è solo penale, è politica e strutturale. La centralità di Ciancimino ha normalizzato la convivenza tra istituzioni, imprese e organizzazione mafiosa, rendendo la spartizione della spesa pubblica un meccanismo stabile.
Smantellare quel modello richiede più della repressione giudiziaria: serve ricostruire procedure, trasparenza e controlli dove per decenni ha prevalso la logica della spartizione. Non a caso, dopo oltre sessanta anni, il dossier «Mafia e Appalti» del Ros è divenuto uno dei documenti chiave per colpire il cuore economico di Cosa Nostra. Ottocento pagine su cui hanno lavorato i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E va dato merito anche al lavoro che sta facendo la Commissione parlamentare antimafia, guidata da Chiara Colosimo. Commissione che è stata teatro, soprattutto, dell’audizione di Mario Mori (ex capo del Ros) e del suo fidato braccio destro, Giuseppe De Donno, che hanno riscritto la storia sui retroscena proprio della strage di via D’Amelio e sulle indagini sui rapporti mafia -politica.
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